abby

Anche se non ha letto Il Piccolo Principe, Abby sa bene che «l’essenziale è invisibile agli occhi». Lo sa al punto che lei, cagnetta completamente cieca, ha saputo – nonostante il gelo dei 40 gradi sotto lo zero dell’Alaska – ritrovare la via di casa, facendosi trovare, dopo alcuni giorni di viaggio, davanti alla casa di un veterinario che l’ha subito riportata a casa. Un miracolo, penseranno alcuni; l’ennesima prova che gli animali almeno in qualcosa ci sono superiori, sentenzieranno altri. Nel mio piccolo mi astengo dal dare pagelle, anche se non posso fare a meno – benché allergico a certo animalismo militante, che venera l’animale e diffida dell’uomo – di trovare nell’impresa della piccola Abby una lezione buona non solo per quadrupedi.

Perché a ciascuno di noi, prima o dopo, succede di ritrovarsi come ciechi. Di perdere il controllo e di non trovare più, disorientati da tensione e nervosismo, la via di casa. E’ umano, capita. Ma una temporanea cecità non giustifica lo smarrimento e neppure l’assideramento. C’è sempre, per chi lo desidera, il modo di ri-accendere i fari dell’anima e di puntarli dritti contro la nebbia intorno. E’ vero: è un esercizio tosto, perché mettersi alla ricerca della propria strada significa prima di tutto ammettere di averla persa. Cosa che per la cagnetta Abby non ha rappresentato un problema, mentre per noi umani – appesantiti come siamo dall’armatura dell’orgoglio – è diverso. Ma un’armatura, per quanto preziosa, rimane sempre e solo un’armatura. Mentre tornare a casa dopo essersi persi nel gelo non ha prezzo.