monti e casini

Ad impossibilia nemo tenetur, e quindi neppure al senatore Monti si possono chiedere miracoli. Però le urgenze sì, come per esempio il sostegno a famiglia e natalità, ovvero cose –  con buona pace dei non pochi estimatori cattolici del professore – di cui, per come si presenta oggi, la sua Agenda – “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa. Un’agenda per un impegno comune ad una riflessione aperta”- è sostanzialmente priva. Lo si può evincere soffermandosi su diversi passaggi del documento, a prima vista marginali ed invece sostanziali e rivelatori di un certo modo di intendere la società e, appunto, la famiglia.

Prima di passare ai dettagli, una premessa di ordine fattuale: che tipo di politica ha sostenuto finora il governo Monti rispetto alla famiglia? La domanda oltre che lecita appare doverosa dal momento che è lo stesso premier uscente a descrivere la sua Agenda quale diretta continuazione di un progetto già avviato. Ebbene, nel corso della sua durata il governo Monti ha adottato – senza mai scusarsene – politiche di forte penalizzazione fiscale delle famiglie, in particolare di quelle famiglie che ora l’Agenda, come vedremo, si propone di sostenere, ovvero le famiglie composte da genitori e più di un figlio.

Lo ha confermato, fra le altre, pure una interessante ricerca condotta dalla Cgia di Mestre, che ha considerato tre differenti tipologie familiari: a) un giovane operaio senza familiari a carico (con reddito inferiore ai 20 mila euro e casa da 60 metri quadri); b) famiglia con un solo figlio (lui con reddito inferiore ai 22 mila euro, lei con 19 mila e casa da 115 metri quadri); c) famiglia con figli (lui con reddito di 50 mila euro, lei casalinga e casa sempre da 115 metri). Ebbene, nel 2012 la stangata è stata la seguente: più 405 euro per il nucleo a), più 640 euro per il nucleo b) e più 726 per il nucleo c). Ovvero: se hai figli, spalanca pure il portafogli.

A questo punto l’obiezione è lecita: sì, d’accordo, ma il primo governo Monti si è composto in fase emergenziale, un suo bis sarebbe certamente diverso perché diverso è il contenuto della sua agenda. Ora, posto che – lo abbiamo detto – è lo stesso Mario Monti a smentire questa eventualità quando insiste sulla continuità di una futura azione di governo rispetto a quella sin qui posta in essere, passiamo adesso a visionare i contenuti di quello che, salvo cambiamenti, sarà il documento-guida di un nuovo esecutivo presieduto, elezioni permettendo, dall’ex rettore della Bocconi.

Ebbene, la prima cosa che notiamo scorrendo le 25 pagine dell’agenda è l’assenza del termine “matrimonio”: di famiglia si parla ben 9 volte ma di matrimonio e/o di coppie sposate mai. E’ pur vero – come ieri rilevava anche Carlo Rimini, docente di diritto privato all’Università di Milano – che anche sulle di «unioni omosessuali» l’Agenda  «rimane muta» (La Stampa, 27/12/2012, p. 37), ma il discorso del non riferimento al matrimonio non può essere liquidato come secondario. Cioè: come si fa a ragionare di «politiche di conciliazione famiglialavoro» (p. 17) o di «particolare attenzione alle famiglie numerose» (p. 18) senza specificare di quali famiglie si sta parlando?

Il quesito è fondato soprattutto alla luce di un elemento affatto marginale: uno dei principali, se non il principale, sponsor politico del professor Monti è tale Pierferdinando Casini, uno che dopo anni di battaglie in senso opposto il 16 luglio 2012 – pochi mesi fa – ha affermato che è «giusto riconoscere diritti alle coppie conviventi». Nel dubbio, sapendo di che volponi è composto il mondo politico dobbiamo quindi ritenere che le famiglie che l’agenda Monti intende sostenere non siano necessariamente quelle fondate sul matrimonio; ne consegue che un’eventuale apertura alle coppie di fatto – oltre a non essere in alcun modo negata dal programma – sia non solo possibile ma anche probabile.

Ad ogni modo, il documento, piaccia o meno  ai politici cattolici che l’hanno sposato e lo considerano un riferimento di grande respiro, è pericolosamente omissivo rispetto alla famiglia tradizionale. Il che, insistiamo, non è affatto di buon auspicio in tempi in cui, più che di famiglia, si parla di “famiglie”. Possibile che in 25 pagine non ci sia stata l’occasione di definire questo aspetto? E dire che bastava un riferimento anche piccolo, minimo, una parolina; a meno che – viene il sospetto – non si sia inteso evitarlo volutamente allo scopo di non compromettere, domani, possibili (necessarie?) alleanze governative col centro-sinistra.

Ma andiamo avanti e vediamo in quali aspetti del documento di Monti, oltre a non essere definita, la famiglia è scarsamente agevolata. Nell’Agenda, se da un lato si prevedono misure interessanti a favore dell’ingresso femminile nel mondo del lavoro – per esempio la «detassazione selettiva dei redditi di lavoro femminile» (p. 17) – , d’altro lato non vi sono misure realmente a favore delle famiglie e quelle che vi sono, ammesso e non concesso che saranno realizzate, sono largamente insufficienti. Un esempio riguarda l’idea che vada «incoraggiata la più ampia creazione di asili nido» (p. 20). Sarebbe indubbiamente, rispetto alla situazione attuale, un piccolo passo in avanti, questo è pacifico.

Ma si tratta di misure strategicamente preistoriche e di comprovata inutilità. Mi spiego: posto che operando in questo modo, come hanno osservato Alesina e Giavazzi, si contribuirebbe ad «allargare lo spazio occupato dallo Stato» (Corriere della Sera, 27/12/2012, p. 40) – cosa di cui, almeno in Italia, non c’è affatto bisogno – non è in questo modo che si aiutano concretamente le famiglie e, soprattutto, non è così che si può propiziare un arresto del declino demografico. Il professor Monti dovrebbe saperlo: nel nord Europa servizi come il nido sono all’avanguardia eppure si sta ampiamente sotto, eccezion fatta per Francia ed Irlanda, al tasso di sostituzione.

Non solo: c’è un esempio che riguarda l’Italia e che dice molto bene come il venerato lavoro femminile e gli asili nido non siano correlati a maggiori tassi di natalità. Lo ha ricordato lo statistico Roberto Volpi, ed è il caso dell’«Emilia Romagna, già dalla fine degli anni Sessanta all’avanguardia fra tutte le regioni italiane (con un indice di posti-nido ogni cento bambini migliore di quello europeo, il cento per cento di posti nelle scuole materne e un’occupazione femminile di livello europeo». Ebbene, nel pieno degli anni Novanta, dall’alto di questi record, in Emilia Romagna si è assistito – ricorda Volpi – «al precipitare delle nascite di anno in anno fino all’inconsistenza di 0,9 figli per donne […] record nel mondo ancora ineguagliato» (Il Foglio, 28/10/2010, p. III).

Questo significa che per sostenere famiglia e natalità occorre fare molto altro, per esempio aiutando non tanto l’ingresso in quanto tale ma la flessibilità lavorativa femminile, soprattutto nel privato: in Italia il 60% delle donne con un figlio e persino il 50% di quelle con due figli sarebbe disposto a fare un altro figlio se solo fosse garantita loro un’assenza lavorativa solida e indolore, vale a dire con rientro garantito – diversamente da come avviene – senza penalizzazioni (Cfr. Blangiardo G.C. Fecondità e lavoro: la faticosa ricerca di nuovi strumenti per nuovi equilibri in Donati P. (a cura di) Famiglia e lavoro: dal conflitto a nuove sinergie, San Paolo 2005, p. 123).

Di tutto questo l’Agenda Monti non parla. Esattamente come non parla degli aiuti per le nuove famiglie, cosa grave. Sì, perché chi ha letto l’”Annuario statistico italiano” del 2012 senza fermarsi alla nota generale diffusa dall’Istat sa che in un solo anno i matrimoni religiosi sono calati del 4,6% e quelli civili addirittura di seimila unità, vale a dire del 7,3%. Tradotto: i giovani non si sposano più. Non ci credono, trovano difficoltà e soprattutto lo Stato, Agenda Monti inclusa, non pensa a loro. E non pensa a loro – questo è il punto – perché non ha ancora compreso la gravità della situazione. Se l’ex rettore della Bocconi l’avesse compresa non si sarebbe limitato, relegando il tema alla quint’ultima pagina del suo documento, a parlare genericamente di «incentivi fiscali e contributi a sostegno della natalità e per le famiglie numerose» (Che incentivi e contributi? Di quale entità? Disponibili entro quando?).

E dire che menti come Tyler Cowen – il nome dirà poco, ma si tratta di uno degli economisti più influenti al mondo negli ultimi dieci anni (The Economist dixit) – da tempo indicano la denatalità e indirettamente la famiglia come la vera e sottovalutata emergenza italiana. Come se non bastasse, la Commissione europea e il Comitato di politica economica dell’UE, ambienti che il professore dovrebbe conoscere, dicono che, in assenza di azioni correttive, nel periodo 2010-2060 l’invecchiamento demografico accrescerà la spesa pubblica non di 1 o 2 bensì di 5,2, punti (Cfr. “The 2009 Ageing Report: economic and budgetary projections for the EU-27 Member States (2008-2060)”, European Economy, n. 2, Bruxelles).

Eppure a tutto questo l’Agenda Monti riserva lo spazio che abbiamo visto: poche e vaghe frasette nella seconda parte del documento, giusto per accontentare tutti senza poi, in realtà, dire nulla. Tutto qua? E queste sarebbero idee per “cambiare l’Italia”? Crediamo veramente che promettendo asili nido senza prevedere il minimo sostegno per le coppie che vorrebbero sposarsi (anzi, senza neppure nominarle), e limitandosi ad alludere a generici «incentivi fiscali e contributi a sostegno della natalità», si possano migliorare, e soprattutto migliorare in modo durevole le cose? Per favore, non scherziamo.