In un mondo normale si tifa per la vita; e si fa di tutto per promuoverla e tutelarla. In un mondo normale questa è una tensione naturale, inscritta nel cuore dell’uomo, che non abbisogna di adesioni partitiche o di professioni di fede. Si è a favore della vita perché ci sente chiamati, partecipi e golosi della sua bellezza. E’ una sorta di vocazione che – in un mondo normale, almeno – riguarda chiunque.

Nel mondo reale – specie quello di oggi -, le cose vanno invece diversamente. E può capitare che un discusso documentario televisivo dal titolo “Terry Pratchett: Choosing to Die”, Terry Pratchett: la scelta di morire, non solo venga ideato, realizzato e promosso, ma sia addirittura premiato con l’assegnazione di un Emmy International [1]. E’ normale? Anche per chi non ha visto il film, viene da dire di no. Reale sì però, eccome. E dall’alto della nostra fede o dal basso del nostro scetticismo – la prospettiva qui è ininfluente – non possiamo sottrarci alla domanda: perché?

Cosa ci può essere di di bello, istruttivo e interessante nella storia di un Peter Smedley qualsiasi che, affetto da sclerosi laterale amiotrofica, sceglie di andarsene in Svizzera e di programmare la propria morte? La domanda vale anche e soprattutto per coloro che credono al cosiddetto “diritto di morire”: cosa c’è da celebrare nel dolore di vivere e nella sofferenza che si spegne a comando? Non uno o due bensì 900 telespettatori, comprensibilmente indignati, lo hanno chiesto alla Bbc, che ha trasmesso questo documentario [2]. E anche noi non possiamo sottrarci a questo interrogativo.

Non possiamo non farlo soprattutto alla luce di quello che sappiamo. Sappiamo per esempio che i medici – che per quanto professionali rimangono uomini – possono sbagliare nelle diagnosi mediche, nel dichiarare un paziente terminale e nel dargli una stima della sua aspettativa di vita [3]; sappiamo che molti che chiedono di morire lo fanno perché affetti, prima che da sofferenza fisica, dalla depressione [4]; sappiamo che laddove il suicidio assistito è stato legalizzato, per esempio in Oregon, si è verificato un aumento del tasso dei suicidi fra gli adolescenti [5]. Sappiamo insomma che non c’è davvero nulla di positivo, comunque la si pensi, nel suicidio assistito, figurarsi nella sua celebrazione.

Per questo – a prescindere da argomentazioni di carattere bioetico e filosofico che qui ci asteniamo dal trattare – ci risulta davvero difficile non scorgere nel successo di “Terry Pratchett: Choosing to Die” l’esaltazione del Nulla inteso non come cuore pulsante dell’orizzonte filosofico nichilista (sarebbe già qualcosa) ma come vortice, come imbuto che ci deruba dell’entusiasmo e di quella tensione alla vita senza cui altro non siamo che automi, soggetti fieri di dichiararci liberi ma incapaci, in fondo, di cogliere il nocciolo benefico della libertà, e quindi confusi. Confusi al punto da non vedere quanto di avvilente ci sia nel celebrare, in modo fine a sé stesso, la scelta di chi si fa aiutare a morire.

Note: [1] Cfr. Deans J. Charlie Brooker and Terry Pratchett triumph at Emmys, «Guardian.co.uk», 20/11/2012, 11.16; [2] Cfr. ‘I will accept any award that isn’t posthumous’: Sir Terry Pratchett scoops gong for Best Documentary for his programme on assisted death at Emmys, «Daily Mail», 20/11/2012, 17.14; [3] Cfr. Drum C.E. – White G. – Taitano G. – Horner-Johnson W. (2010) The Oregon Death with Dignity Act: results of a literature review and naturalistic inquiry. «Disability and Health Journal»; 3(1):3-15; [4] Cfr. Gill C.J. (2004) Depression in the context of disability and the “right to die”. «Theoretical Medicine and Bioethics»;25(3):171-98; [5] Cfr. Harvey J. Massachusetts’ “Death with Dignity” Initiative: Questions Regarding Question 2. «Charlotte Lozier Institute», 2012;