117 donne uccise dall’inizio dell’anno. E’ un numero drammatico, impressionante, disumano. E bene si fa a ripeterlo, nella speranza che non cresca ancora e che ciò che è stato venga ricordato. Il conteggio però è parziale. Decisamente. E dispiace che nella molteplicità di eventi, ultima la “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”, ben poche parole siano state riservate all’eliminazione selettiva di genere tramite aborto. Il problema non è nuovo – la prima a sollevarlo, ventisette anni fa, fu Mary Anne Warren [1] – però è solo negli ultimi decenni che se ne sono visti gli esiti, soprattutto nel continente asiatico.

Basti dire che dal censimento indiano del 2011 è emerso che l’equilibrio fa maschi e femmine è sceso a 1.000 contro 914 mentre nel 1981 le femmine erano 962, nel 1991 945 e nel 2001 927; un calo costante e drammatico.  Per non parlare della Cina, dove la Fondazione per la ricerca sullo sviluppo ha recentemente chiesto un deciso ripensamento alla politica del figlio unico [2]. E da noi?  Apparentemente il problema non esiste, nel senso che non se ne parla. Eppure c’è. E chi ha provato più di altri a rompere il silenzio sul tema è stata, manco a dirlo, una donna, Anna Meldolesi, autrice di un testo significativo sull’argomento, a partire dal titolo: “Mai nate” [3].

Un libro di spessore ma, stranamente, poco citato.  Quasi ignorato, potremmo dire.  Così come quasi ignorata è la realtà italiana dell’aborto selettivo come prima e più spietata frontiera del femminicidio.  Si tratta di una realtà che al momento interessa per lo più le comunità asiatiche presenti nel nostro Paese, ma che non sfugge alle statistiche.  Che ci dicono, per esempio, come il sex ratio – cioè il rapporto tra maschi e femmine alla nascita, che in condizioni normali è di 105 a 100 –  nelle comunità cinesi sia pari a 119 maschi contro 100 femmine, mentre arriva persino a 137 a 100 nelle comunità indiane [4].  Il che significa decine, anzi centinaia non di femmine uccise, ma di uccise in quanto femmine.

Ora che facciamo? Tacciamo ancora? Stiamo in silenzio perché guai a criticare le comunità di immigrati oppure tacciamo perché guai a criticare l’aborto? Per quale ragione dovremmo sottrarre al conteggio dell’orrore contro le donne tutte quelle bambine mai nate e non nate per il solo fatto di essere bambine? Qualcuno lo spieghi. Presto, possibilmente. Perché circolano già troppe bambole orfane, senza una padroncina che le faccia giocare. E troppi fantasmi di donne vagano, senza che qualcuno le abbia mai ricordate.

Note: [1] Cfr. Warren M.A. Gendercide. Rowman & Allanheld, 1985; [2] Del Corona M. La Cina invecchia e ripensa la legge sul figlio unico. «Corriere della Sera», 1/11/2011, p. 21; [3] Cfr. Meldolesi A. Mai nate. Perché il mondo ha perso 100 milioni di donne, Mondadori, Milano 2011; [4] Cfr. La guerra alle bambine è qui. «Il Foglio», 31/03/2012, p. 3