I cristiani devono necessariamente essere poveri e, se non lo sono, fare di tutto per diventarlo? A leggere quanto scritto da Enzo Bianchi su Avvenire di domenica scorsa [1] sembrerebbe quasi di sì. Secondo il fondatore della Comunità di Bose, infatti, «quando c’è arroganza, sfoggio di potere, lusso senza freni da parte dei potenti, la loro fine e la devastazione possono essere molto più vicine di quanto si possa immaginare». La ragione di questa «fine» e di questa «devastazione» – continua Bianchi – sta nel fatto che il «lusso e la ricchezza sfrenata impediscono di comprendere, e cosi sì finisce per percorrere una via mortifera, come animali condotti al macello (cf. Sal 49, 21) che non capiscono cosa accade attorno a loro» [2]. L’articolo si chiude con queste parole.

Ora, senza nulla togliere all’importanza di aiutare i più poveri – a questo proposito si segnala l’ottimo articolo di Antonio Socci di sabato sulla recente Colletta alimentare [3] – temiamo che nel pur appassionato intervento di Bianchi, che certo non aveva alcuna pretesa di esaustività, vi sia se non un errore quanto meno una pericolosa omissione di fondo. Ci si riferisce al fatto che, se si esalta la povertà in quanto il «lusso e la ricchezza sfrenata impediscono di comprendere», si dice una cosa giusta solo a metà. E che dovrebbe essere completata spiegando l’oggetto della comprensione che «lusso e la ricchezza sfrenata impediscono», vale a dire la fede in Gesù Cristo. Fede in Gesù Cristo di cui il pezzo di Bianchi, stranamente, non parla; non esplicitamente, almeno.

La conferma, oltre che dalla lettura dell’articolo, ci viene dal fatto che in 630 parole il termine «fede» non ricorre mai. Non poco: mai. E se da un lato è vero che invece a «Gesù» si accenna, d’altro lato si registra come il termine «Cristo» – che più di ogni altro, come ci insegna Pietro, definisce l’identità del Nazareno, «Tu sei il Cristo» [4] – non ricorra mai eccetto una volta, quasi accidentalmente, in una citazione che Bianchi fa delle parole di San Giovanni Crisostomo. Il che, appunto, suffraga la sensazione di una omissione di non poco conto. Infatti, se non specifichiamo il fatto che ricchezza non è un male in sé ma solo quando – e spesso, purtroppo, accade – offusca la fede in Cristo e ci distrae da Lui, volenti o nolenti finiamo per parificare Gesù a Robin Hood, il popolare eroe inglese che se la prende coi ricchi per saziare i poveri.

Cosa che, Vangeli alla mano, non rientra esattamente fra i doveri del buon cristiano, che è notoriamente tenuto, comunque sia, a «non rubare» [5]. Ma per capire la differenza fra la terrena lotta contro le ricchezze e la salvifica vicinanza a Cristo, possiamo ricordare un episodio evangelico che qui calza a pennello: quello del ricco che, incontrato il Messia, gli disse «“Maestro buono, che farò io per ereditare la vita eterna?”E Gesù gli disse: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, salvo uno solo, cioè Iddio. Tu sai i comandamenti: Non commettere adulterio; non uccidere; non rubare; non dir falsa testimonianza; onora tuo padre e tua madre”. Ed egli rispose: “Tutte queste cose io le ho osservate fin dalla mia giovinezza”.  E Gesù, udito questo, gli disse: “Una cosa ti manca ancora; vendi tutto ciò che hai, e distribuiscilo ai poveri, e tu avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguitimi”. Ma egli, udite queste cose, ne fu grandemente attristato, perché era molto ricco» [6].

Ora, apparentemente questo passaggio dà ragione all’articolo di Enzo Bianchi. Apparentemente, però. Infatti ciò che Gesù chiede al ricco, in realtà, non è di sbarazzarsi delle sue ricchezze, bensì di liberarsene per «poi» poterlo seguire meglio; può sembrare un dettaglio ma non lo è.  L’importanze infatti è seguire Gesù Cristo, e non la povertà in quanto tale. L’importante – osservava già Clemente di Alessandria [7] – non è privarsi della ricchezza ma distaccare il cuore da essa. Insomma, come osserva pure Rossé nella sua monumentale opera di commento al Vangelo di Luca, «l’interesse di Gesù, nel caso specifico, non si porta sui poveri, ma sulla necessità di lasciare tutto per seguirlo» [8]. Anche perché non risulta, fra l’altro, che Lui per primo fosse poi così povero: Giuseppe era un falegname, e gli artigiani, al tempo, erano considerati come e più di oggi.

Inoltre sappiamo che a Gesù, quando fu spogliato delle vesti, venne tolta la tunica inconsutile, abito di tutto rispetto, che alcuni definiscono come simbolico e quindi non da intendersi come reale, anche se il fatto «la sua tunica» fosse comunque «un indumento ben fatto» – annotano perfino Destro e Pesce, studiosi critici ben più di altri rispetto al Gesù “ufficiale” – «significa che non voleva ostentare indigenza o trascuratezza» [8]. Senza dimenticare che Gesù, una volta morto, venne avvolto – per chi la reputa autentica – nella Sindone, un «lenzuolo comprato da Giuseppe di Arimatea (un ricco membro del Sinedrio)» [9].  La storia del Gesù povero in canna e testimone di vita poverissima, dunque, non regge.

Che il Cristianesimo e più precisamente il Cattolicesimo non sia sinonimo di povertà materiale, inoltre, è dimostrato dal ruolo decisivo che ebbe nella nascita del capitalismo, come dimostrano gli studi di Novak [10].  Capitalismo che non sorse affatto – diversamente da quanto suggerisce una lettura semplicistica delle tesi di Max Weber (1864 – 1920) – grazie al Protestantesimo (sia capitalismo che spirito capitalistico precedettero di secoli la Riforma [11]), e che non ha nella Chiesa un nemico. Tutt’altro. Difatti, «se con “capitalismo” si indica un sistema economico», e se ci chiediamo se costituisca o meno un fenomeno positivo, non possiamo – alla luce del fatto «che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata, e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia» – che concordare col beato Giovanni Paolo II quando scrive che «la risposta è certamente positiva» [12].

Tutto questo per dire – o meglio per ribadire, dato che è già stato spiegato da altri più volte e molto bene – che se lo spreco, l’ostentazione ed il lusso generano giustamente seri problemi di moralità, i beni materiali, in quanto tali, non la pongono. Al contrario, la ricchezza è occasione per aiutare il prossimo, per investimenti positivi, per offrire posti di lavoro, per fare del bene. Ed è un peccato che Enzo Bianchi, dopo aver giustamente fatto presente la necessità, per il cristiano, di non essere schiavo di beni materiali e men che meno del lusso, si sia scordato di fare queste due sottolineature: a) la povertà in quanto tale serve a poco, perché la ricchezza non è l’assenza di beni ma la vicinanza a Cristo; b) i beni materiali non sono ostacoli ma risorse importantissime per fare del bene. Due sottolineature semplici semplici, anzi banali se vogliamo, ma che ci aiutano ad evitare ambiguità e a credere che, tutto sommato, Gesù e Robin Hood siano colleghi.

Note: [1] Cfr. Bianchi E. Cristianesimo, bellezza sì. Lusso e vanagloria no in “Agorà” n. 347, p.1, in «Avvenire», 25/11/2012; [2]Ibidem; [3] Cfr. Socci A. L’unica banca da cui c’è sempre da imparare, «Libero», 24/11/2012, pp. 1-19; [4] Matteo 16,16; [5] Deuteronomio 5, 19; [6] Luca 18, 18-23; [7] Cfr. Quis. dives salvetur?, 11; 14; 19 cit. in Mara M.G.Ricchezza e povertà nel cristianesimo primitivo, Città Nuova, Roma 1989, p. 37; [8] Rossé G. Il Vangelo di Luca. Commento esegetico e teologico, Città Nuova, Roma 1992, p. 706; [9] Destro A. – Pesce M. L’uomo Gesù. Giorni, luoghi, incontri di una vita, Mondadori, Milano 2008 p. 167; [9] Vercelli P. La Sindone nella sua struttura tessile, Effatà Editrice, Torino,  p. 8; [10] Cfr. Novak M. The Catholic Ethic and the Spirit of Capitalism, The Free Press-MacMillan International, New York 1993; [11] Cfr. Pellicani L. Saggio sulla genesi del capitalismo. Alle origini della modernità, SugarCo Edizioni, Milano 1988, p. 50. Diversi autori attribuiscono, non senza fondati argomenti, la genesi del capitalismo al cattolicesimo, ma manca qui lo spazio per questo approfondimento. Ci limitiamo a dire che già il sociologo Werner Sombart (1863- 1941), nel suo «Il borghese. Lo sviluppo e le fonti dello spirito capitalistico» (1913), scriveva: «Qualunque sia la causa che ha condotto spontaneamente alla elaborazione di un razionalismo economico, non si potrà porre in dubbio che esso abbia trovato un potente appoggio nel dogma della Chiesa, che tendeva a realizzare nel complesso dell’esistenza umana quanto il capitalismo doveva attuare nella vita economica»; [12] Centesimus Annus, n. 42