Francamente un po’ scoccia doversi misurare tutti i santi giorni con argomenti e notizie impegnative: preferiremmo volentieri parlare d’altro. Sul serio: e a questo punto non importa neppure di che cosa; d’altro. A prescindere. Eppure, malgrado le buone intenzioni non hai scampo, perché sono poi loro, le notizie, a rincorrerti anche se non vuoi e a costringerti, anche se non vuoi, ad una breve ma doverosa riflessione.

Ieri dall’Inghilterra ne sono arrivate due diverse ma in realtà tragicamente collegate: da un lato la notizia della condanna a tre anni di galera all’uomo che maltrattò Anne, un esemplare di elefantessa, e dall’altro le confessioni di un medico che al Daily Mail ha raccontato la sua esperienza in materia di Lcp – acronimo che sta per Liverpool Care Pathway, protocollo di accompagnamento alla morte che prevede anche la sospensione del nutrimento – applicati a neonati disabili.

Non è una novità – la prassi è certificata da articoli apparsi sul British Medical Journal – però fa un certo effetto sentire un medico raccontare che è stato vicino ai genitori di un neonato malformato, i quali «si auguravano che gli venisse una polmonite». Soprattutto, fa un certo effetto pensare che nello stesso Paese se maltratti un elefante finisci in carcere, mentre se assisti all’agonia di un bambino colpevole solo di essere malformato lasciandolo a sé stesso puoi continuare a fare il dottore. Speriamo solo, per il loro bene, che gli elefanti non capiscano che bestie stiamo diventando.