La laurea può servire a poco, ma le lauree no. Le lauree servono a molto. Ieri ho avuto l’occasione di partecipare a quelle di due cari amici e neppure un cielo da cartolina è riuscito ad impedirmi di pensare.  Si, perché in genere, prima che i festeggiamenti divampino, le lauree a questo servono: a pensare, riflettere. Vedi un volto amico coronare il suo percorso universitario e pensi.

Pensi a quando è toccato a te, a com’era il tuo giorno; a com’è stato e come avrebbe potuto essere con i “se” che la fantasia si diverte a seminare sul pavimento della mente. Pensi poi alla gioia del laureando tuo amico ma anche alle gioie – spesso ancora maggiori – che con costui hai vissuto quando la laurea, quella di entrambi, era solo un miraggio.

Pensi e ripensi, ma poi ti accorgi che, piaccia o meno, il tempo passa davvero. E che tutto ciò che hai il potere di fare è ricordare, tenere vive le immagini e il mosaico che compongono quando le rivisiti. Le lauree dunque non sono poi così allegre. Però nemmeno tristi. Perché se riescono a rinfrescare la tela dei ricordi che contano significa che dei ricordi che contano, di fatto, li hai.

Significa che fra le cicatrici il tempo ti ha lasciato anche emozioni. E che quando, fra molti anni, parteciperai alla laurea di tuo figlio, tutti quei brividi saranno ancora lì, al loro posto. Pronti a farsi sentire. A farti capire che quei pensieri – quelle ore passate sui libri, quei caffè, quelle feste, quelle notti – sono tuoi, tuoi del tutto. E lo saranno per sempre.