Perché un uomo stanco ed anziano, scontata una condanna in carcere di diversi anni, dovrebbe continuare a proclamarsi innocente e utilizzare il fiato rimasto per gridare la propria onestà? Soprattutto: perché dovrebbe farlo un colpevole? Sono le domande che ieri pomeriggio mi sono posto ascoltando su Rai 1 Bruno Contrada, l’ex poliziotto più famoso di Palermo condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa eppure tutt’altro che arreso. Voglio ancora dimostrare la mia innocenza, ha detto. Apparentemente non ha senso. Anche se, evidentemente, a non avere molto senso, è stato tutto il processo contro di lui.

Un processo che ha stabilito che Contrada ha tradito lo Stato gratis, senza farsi corrompere; dopo anni di verifiche, infatti, sui conti correnti dell’ex poliziotto non è stata trovata una lira, dicasi una, non riconducibile al suo stipendio.

Un processo che ha stabilito che Contrada se la faceva coi mafiosi anche se, durante le udienze, sono state le più autorevoli cariche dello Stato a garantire sulla sua onestà: due ministri della Repubblica, cinque capi della polizia, due capi del controspionaggio, tre alti commissari per la lotta alla mafia, venti tra questori ed alti funzionari, dieci ufficiali dei carabinieri e svariate decine di agenti. Tutti ingannati dall’imputato, dovremmo credere.

Un processo che ha visto Contrada ritenuto sostanzialmente colpevole sin dall’inizio, come dimostra la carcerazione preventiva, in totale isolamento, durata 949 giorni, presso un carcere militare riaperto solo per lui; trattamento, ci permettiamo d’annotare, non troppo lusinghiero per chi, come Contrada, nella sua carriera ha raccolto decine di riconoscimenti tra cui  si segnalano un attestato di merito speciale, 14 encomi, 7 elogi della magistratura, 50 riconoscimenti da parte del SISDE.

Un processo nel quale il pluridecorato imputato è stato chiamato in causa dalle accuse di 14 cosiddetti “pentiti”, molti dei quali – combinazione – arrestati dallo stesso Contrada. “Pentiti” che non hanno saputo portare  prove (nè indicare complici: il superpoliziotto avrebbe coltivato in solitaria l’alleanza con Cosa nostra) ma che sono stati creduti lo stesso dato che, com’è scritto nella sentenza di primo grado, l’«indice di affidabilità delle notizie riferite […] deve rinvenirsi nello spessore mafioso degli “uomini d’onore”» (p.1079). Come a dire: più sei mafioso, e più crediamo alle tue dichiarazioni, anche se – come nel caso in parola – queste vanno ad accusare colui che più d’ogni altro ti ha dato la caccia, magari riuscendo a sbatterti in galera.

Un processo ormai concluso, dicevamo all’inizio, con una condanna definitiva. Condanna che però Contrada – nonostante l’età, gli acciacchi e il non troppo tempo che gli resta da vivere – continua a non accettare. Potrebbe starsene in pace, godersi la famiglia, calmarsi. E invece no. Tutt’altro. Il che lascia supporre che questo amico dei mafiosi, forse, proprio tale non fosse. Perché le sentenze contro gli uomini d’onore possono anche essere definitive, ma quelle contro un uomo che tiene al suo onore non lo diventano mai.