Così com’è, la Politica oggi non va: fin qui ci siamo. Ma come migliorarla? Quali idee e proposte per un cambiamento in meglio delle istituzioni? L’attualità dei quesiti non tragga in inganno: si tratta di domande antiche, di secoli fa. Domande alle quali la Politica, nel corso del tempo, ha più volte tentato di rispondere in prima persona; le si chiedeva, come oggi, un cambiamento, e lei non è stata a guardare. Ha provato a rivoluzionarsi – pensiamo al 1789 francese oppure al 1917 russo – cambiando lavoro e facendosi religione, ma non era proprio il suo mestiere.

Ha poi provato, col suffragio universale, a farsi più gradevole; credeva così di accrescere il proprio consenso, in realtà ha solo perso ancora popolarità, al punto che oggi, a votare, si reca un numero sempre minore cittadini. Successivamente s’è fatta democratica, cambiamento impegnativo più di quanto non si creda: se infatti col Re era sotto padrone, oggi è sotto milioni di padroni, e si trova, con risorse istituzionali limitate, con infinte aspettative in più alle quali corrispondere. In tempi recenti ha allora provato a globalizzarsi, a rendersi unica agli occhi di tutti gli elettori, dimenticando invece che sono loro, gli elettori, a volersi sentire unici agli occhi della Politica.

Delusa da questi inutili tentativi, oggi la Politica è nomade e precaria, alla ricerca di un lavoro dignitoso. Si sente dire che produce poco e costa troppo, che dovrebbe smettere di essere provinciale, che pensa solo a sé stessa. Tutti, insomma, le chiedono di cambiare e lei non sa più dove sbattere la testa. A questo punto è chiaro che, da sola, la Politica non ce la può fare. Qualcuno suggerisce di farla a pezzi e rivenderla al mercato elettorale; qualcun altro di darla in mano a tecnici e specialisti che sappiano disintossicarla e farle un nuovo look; altri ancora pensano che, dopo anni di liti con la Giustizia e di vandalismo contro le casse dei cittadini, la galera sia l’unico rimedio. Chi avrà ragione?

A prima vista si tratta di soluzioni differenti, anche se, analizzate al microscopio, si somigliano perché sono tutte prive del principio attivo più importante: quello della fiducia. Concordiamo sul rifiuto di questa Politica, ma non sappiamo quella che vorremmo: c’è chi la vorrebbe più efficiente, chi più onesta, chi più veloce, chi più trasparente, chi più disponibile.

Ma lei, la Politica, è e rimane una sola. E il solo modo per cambiarla davvero, forse, è lasciare temporaneamente da parte le pur utili critiche e decidere, una volta per tutte, di amarla. Di dedicarle più tempo. Di starle vicino e sorvegliarla fino a che non avrà riacquistato la necessaria lucidità. Senza troppe pretese ma con la convinzione che se, anziché Economia o Filosofia, il giorno che nacque la chiamarono Politica, è perché le spetta il compito più impegnativo: essere a disposizione di tutti. E merita, proprio per questo, maggiori attenzioni.