Con frequenza purtroppo costante, ultimamente telegiornali e quotidiani hanno dedicato spazio alle notizie legate ai suicidi; tragedie che si consumano – secondo quanto viene riferito – a causa delle difficoltà che sta attraversando il nostro Paese a livello economico. Assistiamo così (anche se nelle ultime settimane la tendenza sembra rallentata) al costante e macabro aggiornamento del numero degli imprenditori e dei lavoratori che si sono tolti la vita «a causa della crisi» o perché «non ce la facevano più ad andare avanti».

Ciò nonostante, c’è chi – pur riconoscendo l’aumento dei suicidi tra i disoccupati – ritiene che il fenomeno suicidario nel suo complesso non sia in aumento. E fa altresì notare come si starebbe viceversa registrando un calo dato che nel passato, per esempio nel 1987, in Italia si verificarono oltre 1.000 suicidi in più rispetto a quelli di questi ultimini anni. Sia come sia, anche se non sappiamo quale potrà essere il bilancio del 2012, un fatto, dicevamo, è già chiaro: quest’anno il suicidio è tornato ad essere protagonista delle cronache.

Il che pone un serio problema di carattere etico e sociale: è giusto? E’ morale che il mondo dell’informazione seguiti a riferire, oltretutto con dovizia di particolari, i suicidi che si verificano oppure questo implica dei rischi? A questa domanda si può rispondere ricordando quanto accadde in Europa nel 1774, allorquando venne pubblicato Die Leiden des jungen Werther, “I dolori del giovane Werther” di Goethe: fu un grande successo letterario, forse il maggiore di tutti i tempi secondo Walter Benjamin.

Il punto è che alla pubblicazione del romanzo seguì un incremento sociale del suicidio così impressionante da indurre i governi di alcuni paesi a proibirne la diffusione. Dopo il 1782, quando la fama della prima edizione era già vastissima, Goethe curò una seconda versione del testo modificando i caratteri dei protagonisti, ma il fenomeno generato anni prima non fu dimenticato e passò alla storia come “effetto Werther”. Analogo “effetto” si verificò anche nel 1802, con la pubblicazione de Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo. Una coincidenza? Su questo versante gli studiosi si sono interrogati a lungo, ma è soltanto in tempi recenti – anche grazie ad una maggiore disponibilità di dati- che si sono potute formulare ipotesi fondate.

Dobbiamo molto, a questo proposito, ai lavori del sociologo David. P. Phillips, il quale, in una delle sue ricerche, ha analizzato le statistiche dei suicidi negli Stati Uniti dal 1947 al 1968 mettendole in relazione a quanto apparso sulla carta stampata, in particolare sulle copertine del New York Times. Così facendo Phillips ha registrato come nei due mesi successivi alla notizia di un suicidio clamoroso, mediamente, si siano registrati 58 casi di suicidio in più.

Una constatazione importante, che di fatto sconfessò le conclusioni alle quali giunse Émile Durkheim (1858 –1917), che al suicidio dedicò un celebre studio nel quale asseriva che «è alquanto dubbio» che l’assenso o il divieto della«cronaca dei suicidi e dei delitti» possano «modificarne il tasso sociale» (Il suicidio, Rizzoli 1987, p. 195). L’idea che non solo i giornali ma più in generale i mass media possano influenzare il ricorso sociale al suicidio e al tentativo di suicidio risulta invece confermata, oltre che dai lavori di Phillips, anche da molte altre ricerche.

Per esempio, Madelyn Gould e David Shaffer hanno studiato l’andamento dei tentativi di suicidio dei giovani tra i 14 e i 19 anni ricoverati in sei ospedali generali di New York prima e dopo la trasmissione di quattro sceneggiati – avvenuta tra l’ottobre del 1984 e il febbraio del 1985 – incentrati su storie di adolescenti suicidi. Ebbene, anche in questo caso le rilevazioni furono inequivoche: la crescita dei tentati suicidi risultava accresciuta da un minimo del 54 ad un massimo del 400%. Non molto diverse sono gli esiti cui giunse Riaz Hassan, il quale, analizzati circa 20.000 casi di suicidio avvenuti tra il 1981 e 1990, scoprì che la media giornaliera di persone che si tolgono la vita sale di circa il 10% nei giorni successivi alla comparsa, sui principali quotidiani, di notizie suicidarie.

La correlazione tra orientamento dei mass media e suicidio è dunque certa. E non solo la correlazione, bensì persino l’analogia: già ai tempi del romanzo di Goethe, infatti, i suicidi si verificarono, come ha ricordato Sarbin (1990), in vero “costume di Werther”: marsina blu, gilet giallo, stivali e pistola puntata sopra gli occhi. Un fatto riscontrato anche da S.K. Littmann (1981), che analizzò i suicidi avvenuti a Toronto 1954 e il 1977 – in particolare quelli di coloro che la fecero finita gettandosi sotto la metropolitana – rilevando un netto legame tra simili notizie di suicidio e il ripetersi di gesti analoghi.

Una così vasta mole di letteratura scientifica ci consente allora di affermare con sicurezza che l’odierna insistenza di stampa e televisione su notizie tragiche ed in particolare sui suicidi non solo è di dubbio gusto ed immorale, ma decisamente pericolosa. Il rischio, infatti, è quello di propagandare e quindi amplificare un sentimento di rassegnazione e paura. Mentre invece, se fossero più responsabili, i mass media, come ricordato da Giusti e Bruni «dovrebbero presentare il suicidio come un problema grave e mai in modo sensazionalistico e soprattutto divulgare un messaggio che presenti la possibilità di essere aiutati e magari fornire indicazioni su dove e come trovare aiuto» (Rischio suicidio, Roma 2009, p. 28).