Il clima non è ancora autunnale ma questa mattina dell’autunno – in particolare di quello padano – ho riscontrato un primo segnale: l’incontro con la nebbia. Incontro breve, s’intende, ma sufficiente a farmi apprezzare il fenomeno. Sì, perché a dispetto del colore, o meglio dell’assenza di colore tipica del suo mantello, trovo che la nebbia abbia qualcosa di rassicurante: rallenta il tempo e isola dallo spazio. Decisamente pericolosa per gli automobilisti, la nebbia rende vana o quasi l’apertura delle finestre di casa, ma non di quelle interiori. Aiuta a pensare e, in un certo senso, costringe a farlo. In più – come affermava Carlo Campanini (1906-1984) in un vecchio film – appare «simpatica, affettuosa, cordiale. Ti fascia tutto come una carezza. E poi pare che inviti all’intimità, all’ottimismo, alla confidenza».

Certo, trovarsi avvolti tra il grigio e il bianco talvolta può rattristare. Ma quella che rattrista di più, a pensarci bene, non è la nebbia che c’è fuori, bensì un’altra: quella che avvolge le paure con cui non vogliamo fare i conti, le ansie sotterranee, i ricordi amari che tratteniamo senza trovare la forza di farne a meno. Come se ripetere gli stessi pensieri servisse a qualcosa, mentre invece frena solo l’arrivo di quelli nuovi. Ma l’autunno, che non è affatto cattivo, oltre alla nebbia ci dà anche i colori, degli splendidi colori. Così che ciascuno, a suo modo, con la nebbia possa giocare, immaginare, viaggiare. Non lontano da casa, ma ovunque. Come solo i sognatori di solito possono e come chiunque può se ipotizza che tutta quella nebbia, in fondo, possa essere un’immensa nuvola. Che ci «fascia» per portarcelo davvero, il cielo in una stanza.