Era un genio, non si discute. Un genio per i prodotti che, anticipando sempre la concorrenza, ha immesso nel mercato, per come ha riciclato fallimenti in opportunità, ed anche per il linguaggio, decisamente atipico, che utilizzava. Atipico per le regole aziendali e tipico di chi, invece, è molto sicuro di sé. Di chi ha il coraggio di innovare.

In proposito, Carmine Gallo ha scritto: «Se molti marketer si riempiono la bocca di frasi prive di significato, nel vocabolario impiegato da Jobs espressioni come “testa di serie”, “cambio di prospettiva” e “peso pubblicitario” non trovano posto. Pochissimi professionisti aziendali possiedono tanta sicurezza da formulare proprie idee come fa lui: una volta ha detto che il pulsanti dello schermo di un computer Apple erano così belli che “ti veniva voglia di leccarli”; parlando della velocità dell’iPhone 3GS l’ha definito “incredibilmente scattante”» [1].

Fuori dagli schemi nel linguaggio, abbiamo visto, ma anche nel look: la sua uniforme erano una maglia in cashmere o seta nera a collo alto, dei jeans Levi’s – pare ne possedesse più di 100 – e scarpe da ginnastica New Balance. Semplicissimo ed essenziale. Come i suoi prodotti. «La filosofia del design di Apple – è stato osservato – era quella della semplificazione. Ai progettisti di iPod disse di dimenticarsi ogni tipo di pulsante. Questi si lamentarono, ma poi inventarono la famosa “rotella” » [2].

Tanta pignoleria era però giustificata dalle capacità, che nessuno nega Jobs avesse, di immaginare il futuro. Anche con decenni di anticipo se si pensa che nel 1976, a soli 21 anni, capì che il computer sarebbe divenuto oggetto di masse e che parlò dell’iPad – sì, del principe dei tablet che oggi gasa tutti indistintamente, dai manager agli studenti – già nel 1983. Prova ne è un discorso tenuto in quell’anno presso l’International Design Conference di Aspen: «La strategia di Apple è molto semplice. Quello che vogliamo fare è mettere un computer incredibilmente grande in un libro che si possa portare con sé, e imparare ad usarlo in 20 minuti. Questo è quello che vogliamo fare e vogliamo farlo in questo decennio. Vogliamo metterci un collegamento radio in modo che non ci si debba connettere a nulla per essere in connessione con tutti i grandi database e gli altri computer» [3].

Epico, poi, il suo discorso ai laureandi di Stanford nel 2005, divenuto un must: riproposto ovunque, è infatti considerato, per dirla con Jovanotti, una «nuova dichiarazione d’indipendenza globale», un “I have a dream” dei nostri giorni. Detto questo, senza nulla togliere al genio creativo di Jobs e al suo intervento a Stanford, che effettivamente esprime bei contenuti e incoraggiamenti positivi (anche se meno lineari ed esaltanti, in fondo, di quelli che sembrano), forse si sta esagerando. Perché il fondatore di Apple ha certamente avuto grandi intuizioni imprenditoriali – le abbiamo appena ricordate -, ma aveva anche limiti umani non indifferenti.  Basti dire che riteneva che l’assunzione di Lsd «una delle due o tre cose più importanti» fatte nella vita[4], che vendette il suo primo computer, l’Apple1, a 666,66 dollari – cifra, ahinoi, fin troppo simbolica – e che aveva un carattere al quanto problematico. Qualche esempio al riguardo potrà rendere l’idea.

Quando si recava alla sede principale della Apple a Cupertino era solito, lui che in qualità di amministratore delegato aveva uno stipendio annuo di 1 dollaro – e che quindi avrebbe dovuto essere modello di umiltà -, parcheggiare la sua Mercedes «dove più gli faceva comodo: anche nei posti per i portatori di handicap» e, secondo Alan Deutschman, aveva instaurato in azienda un autentico «regno del terrore», come dimostrerebbero «l’epurazione dei manager traditori» e «il licenziamento per ogni minimo errore» [5]. Anche altre fonti dicono che all’interno dell’azienda Jobs adottava «una politica autoritaria e spesso scorretta, senza disdegnare il ricorso a piccoli ricatti e veri colpi bassi pur di orientare l’evoluzione dei progetti nella direzione da lui desiderata» [6]. Si racconta, sempre a proposito del suo caratteraccio, che arrivò a prendere uno dei primi prototipi di iPod e a buttarlo all’interno di un acquario per dimostrare ai suoi ingegneri che si poteva rendere più piccolo [7].

Una ulteriore conferma che Jobs fosse uomo tutt’altro che tenero ci arriva da Lashinsky, che lo racconta come «un amministratore delegato la cui personalità presentava tratti comunemente condannati dalla società: narcisismo, volubilità, indifferenza nei confronti dei sentimenti altrui» [8]. Per non parlare della Foxconn, azienda cinese dove tutt’ora vengono assemblati i componenti dei prodotti Apple, compreso iPhone5, e dove si lavora in condizioni disumane, come dimostrano i suicidi di molti operai [9]

Insomma, Jobs, il geniale Jobs, non era poi un santo. Un imprenditore straordinario certamente, ma umanamente no, non si direbbe. Ciò non toglie che la sua storia presenti anche aspetti positivi che purtroppo sono spesso trascurati. I più, infatti, tendono a soffermarsi esclusivamente sul coraggio e sulla determinazione con la quale ha tentato, fino all’ultimo, di superare l’ostacolo della malattia. Che non è poco, ovviamente. Ma c’è dell’altro. Infatti, nella vita di Jobs c’è un’altra storia che parla di determinazione, e forse ancora più esemplare. È quella di Joanne Carole Schieble, sua madre. Una donna che, persuasa dell’impossibilità di tenere il figlio, dopo aver partorito lo diede subito in adozione. Scelta discutibile, obbietterà qualcuno.

Eppure è proprio grazie a quella scelta che oggi centinaia di milioni di persone possono gioire delle meraviglie tecnologiche targate Apple. Senza considerare che se solo Joanne Carole Schieble, seguendo l’esempio di molte coetanee, avesse deciso di abortire il figlio che teneva in grembo, nessuno avrebbe potuto beneficiare delle invenzioni di Steve Jobs, né ascoltare il suo toccante discorso di Stanford. C’è un aborto evitato, dunque, alla base di Apple. Peccato che se ne parli poco, perché rappresenta pur sempre una scelta d’amore. Indubbiamente la più importante per la vita – eternamente sospesa tra presente e futuro – di Jobs.

[1] Gallo C. Pensare come Steve Jobs, Sperling & Kupfer Editori 2011, p. 271; [2] Goso D. Il Vangelo secondo Steve Jobs. Effatà Editrice, Torino 2010, p. 71; [3] Cfr. Rosario, Steve Jobs parlava di iPad già nel 1983, 3/10/2012: «melablog.it»; [4] Cfr. Jobs S. cit. in Markoff J. What the Dormouse Said: How the 60s Counterculture Shaped the Personal Computer, Viking Adult, New York 2005, p. XIX;[5]“Repubblica”,8/10/2011, p. 20; [6] Giakomix J. Steve Jobs. Giù le mani dal guru, Bevivino editore 2009, p. 23; [7] Brown. D.W. In Praise of Bad Steve, 6/10/2011: «TheAtlantic.com»; [8] Lashinsky A. I segreti di Apple, Sperling & Kupfer 2012, p. 3; [9] Cfr. Fine modulo iPhone 5, manifestazione e scontri alla Foxconn, la fabbrica dei suicidi, 24/9/2012: «Messaggero.it».

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