Se avete paura, lasciate stare. Non leggete. Perché questa è una brutta storia, forse la più terribile delle storie; una storia di mostri che sembrano fantasmi e invece sono reali. Una storia che non ha un lieto fine, che non vede vincere i buoni sui cattivi; una storia nella quale la verità tarda ad emergere, anzi, sembra volersene stare sempre là, sullo sfondo, come velata dalla nebbia di una notte senza luna, protetta dal buio e dall’omertà.

A distanza di decenni, la vicenda del mostro di Firenze, sembra essere una storia di queste: otto duplici delitti, il primo nel ’68 l’ultimo nell’85, seguiti da processi, condanne, ricerche e accertamenti ancora in corso. Come caso, questo è «il più intricato della storia criminale italiana», ha scritto, tra gli altri, Simone Berni (Cfr. Scomparsi nel nulla, Simple 2007, p. 187). Infatti sono in molti, fra coloro che seguono le indagini dall’inizio, a credere che su questa terribile vicenda, pagine di vera giustizia debbano essere ancora scritte.

A chi lo ignorasse, ricordiamo che il Mostro di Firenze è il soprannome dato al maniaco che, negli anni Settanta e Ottanta, ha terrorizzato le coppiette sulle colline fiorentine. Prima di allora, in Europa e nel mondo, quasi mai era capitato che un serial killer continuasse a mietere vittime per così tanto tempo: basti dire che il famigerato Jack Lo Squaratore, deve la sua fama planetaria a cinque delitti consumati nell’arco di tre mesi, mentre chi ha seminato terrore nei dintorni di Firenze ha agito indisturbato per più di quindici anni.

In questo interminabile lasso di tempo, il misterioso killer compie otto duplici delitti, contrassegnati da un orribile modus operandi: uccide a colpi di pistola l’uomo mentre questi è ancora in auto, per poi aprire lo sportello, prendere la ragazza, anch’essa ferita mortalmente, trascinarla per alcuni metri sull’erba e finirla con furiose coltellate, al termine delle quali opera una spaventose mutilazioni. Neppure una bestia farebbe cose simili.

I rilievi degli inquirenti hanno da tempo accertato che il Mostro si sempre è servito della stessa pistola, una Beretta calibro 22, degli stessi proiettili di marca Winchester provenienti tutti dalla medesima confezione, e anche della stessa lama, verosimilmente quella di un coltello da sub.
La storia del Mostro è però contrassegnata da un enigma sul quale non si è mai fatto luce: la notte del 21 Agosto del 1968, cioè la prima volta che la Beretta calibro 22 colpisce, uccidendo Antonio Lo Bianco e Barbara Locci, può non essere già nelle mani del maniaco che la renderà celebre.
Chi ha esploso quegli otto colpi infatti, quattro a Lo Bianco e quattro a Locci, si è limitato ad uccidere la coppia, senza rimuovere il cadavere della donna, e soprattutto senza accennare all’uso di un coltello, col quale invece il Mostro firmerà tutti gli altri delitti, a partire dal 1974.

E’ di tutta evidenza come il duplice omicidio del ’68, benché compiuto con la stessa arma, non somigli minimamente a quelli successivi, dando più l’idea di essere un delitto passionale.  La pistola – come dicevamo – è però sempre la stessa, e così pure i proiettili.
Come spiegare dunque l’eventuale passaggio di mano dell’arma? Un’arma che ha ucciso è un’arma che scotta, che non si può prestare né vendere a nessuno: nel mondo del crimine è una regola ferrea. Nel mondo del crimine, su cose come queste, non si scherza.

Altro aspetto insoluto: perché il Mostro, se autore anche del primo delitto, avrebbe atteso più di sei anni prima di rimettersi all’opera? Ha poco senso. E’ pertanto più che ragionevole supporre che il maniaco, il vero Mostro, non abbia agito prima del ’74. E la pistola? Su questo punto torneremo.

Dopo la lunga scia di sangue, terminata l’8 settembre 1985 con l’omicidio di Jean Michel Kravechvilj e Nadine Mauriot, la storia del Mostro sembra terminare, mentre non terminano affatto le indagini che, dopo numerosi colpi a vuoto, e in seguito ad una segnalazione anonima, trovano in Pietro Pacciani, contadino di Mercatale facile all’ira e noto per il maltrattamenti che infligge ai suoi familiari, il sospettato ideale: Pacciani era già noto alle forze dell’ordine perché nel ’51, sorpresa una sua ex appartata con l’amante, si era avventato su quest’ultimo, finendolo a coltellate, per poi stuprare la donna.

Quel delitto, che a Pacciani era costato 13 anni di galera, per gli inquirenti presentava notevoli analogie con quelli del Mostro. Anche qui, non possiamo negare come siano più le divergenze che le somiglianze tra i due modus operandi: nel 51’ Pacciani, com’era nel tuo temperamento, agì per furia istintiva, mentre il Mostro – che sceglie anzitutto i luoghi – sembra aspettare le vittime con pazienza; Pacciani sì accanì sull’uomo, mentre il Mostro riservava il peggio alla donna; Pacciani quella volta stuprò la donna, mentre il Mostro non violentava mai, sessualmente parlando, le proprie vittime, sulle quali peraltro inferiva in modo bestiale e strano. Strano al punto criminologi si sono sempre detti quasi certi della sua impotenza. Senza contare che è stato accertato da più perizie come l’autore dei delitti debba essere stato alto almeno un metro e ottanta e assai agile, caratteristiche difficilmente associabili al fisico di Pacciani e al suo cuore malandato.

Questi particolari di non poco conto – unitamente al mai chiarito mistero della pistola – furono trascurati da chi svolgeva le indagini, che invece credette di aver trovato nel violento contadino la risposta all’enigma. Per di più, durante le indagini, a casa Pacciani furono trovati oggetti che potevano essere stati sottratti dall’auto delle vittime e addirittura un bossolo identico a quelli dei proiettili esplosi dal Mostro. A ben vedere, su questo punto i conti non tornano: benché certo non erudito, a differenza degli altri ”compagni di merende”, vale a dire dei possibili complici che avrebbe avuto, Pacciani era chiaramente un soggetto scaltro e astuto.

Perché mai, allora, avrebbe dovuto occultare la Beretta calibro 22 per conservare invece per anni e anni in casa propria, con tutti i rischi che ne conseguivano, oggetti che potevano incriminarlo? Quanto al bossolo della pistola, basti dire che vi sono ufficiali dei carabinieri che privatamente hanno confessato grande scetticismo circa il ritrovamento; più precisamente c’è persino chi ha ammesso come, per le sospette modalità con le quali è stato rinvenuto, in realtà quel bossolo possa solo esser stato nascosto nell’orto di Pacciani, col preciso scopo di incastrarlo.

Ad ogni modo, la debolezza delle prove fu tale che, dopo una prima condanna, nel processo d’appello conclusosi il 13 febbraio 1996 Pacciani venne assolto per non aver commesso il fatto. I giochi si riaprono quando dei testimoni dicono di aver visto Pacciani e Mario Vanni, ex postino dall’intuito non brillante, compiere l’ultimo delitto, quello del settembre ’85.
Questi testimoni, sui quali l’accusa punta tutto, sono Fernando Pucci, ultrasessantenne completamente oligofrenico, e Giancarlo Lotti, meglio conosciuto come “Katanga”, per il suo modesto intelletto.

Pucci, che fatica ad esprimersi, viene segnalato alla polizia da Gabriella Ghiribelli, alcolizzata all’ultimo stadio che arrivava a prostituirsi pur di pagarsi da bere, mentre per inquadrare Lotti basta ricordare che in paese dei ragazzi lo avevano più volte avvisato dell’imminente arrivo degli alieni, annuncio che puntualmente suscitava in lui letizia ed entusiasmo. In un’altra occasione, il cameriere di una trattoria dove Lotti era di casa, mettendosi due tovaglioli al posto del seno, riuscì a persuaderlo di essere una donna innamorata di lui: non accortosi del trucco, per diverso tempo Lotti tornò in quella stessa trattoria a vantarsi di quella conquista.

In un processo serio le testimonianze di simili personaggi non avrebbero molto rilievo, ma nel processo contro Pacciani, furono, a distanza di dieci anni (!) considerate non solo attendibili, ma decisive, ancorché viziate da tragicomiche contraddizioni. Se si pensa che durante il processo Lotti venne ospitato nella Questura di Arezzo, lui che solitamente trovava rifugio in un sottoscala offertogli da un sacerdote, il dubbio che le sue dichiarazioni siano state in qualche misura indotte, è più che giustificato. Ancor oggi si indaga per scoprire quali mandanti avrebbero assoldato i “compagni di merende”, i quali , secondo questa pista, sarebbero stati una pattuglia sanguinaria guidata da Pacciani per rimediare feticci ad uso e consumo di una misteriosa setta esoterica, sulla quale si sono versati, per ora, solo fiumi di inchiostro.

Posto che è curioso immaginare una setta di uomini facoltosi, come descritta da alcuni, affidarsi a dei maldestri e attempati analfabeti per rimediare dei feticci, ricordiamo che questo secondo livello investigativo, finora, ha prodotto ben poco: Francesco Calamandrei, ex farmacista di San Casciano sospettato di essere il mandate di almeno degli ultimi quattro duplici delitti anche in seguito alla denuncia di sua moglie, persona instabile al che lo stesso pm Paolo Canessa la descrisse come «persona gravemente disturbata» e che finì in cura al dipartimento di salute mentale, nel maggio 2008, al termine di un processo con rito abbreviato iniziato nel settembre 2007, viene assolto con formula piena dalle accuse in quanto il fatto non sussiste.

No, Calamandrei – che è morto per un malore il maggio scorso – non c’entra e i mandanti dei “compagni di merende” non si trovano. Neppure la fantomatica villa degli orrori, dove si sarebbero consumati rituali satanici con pezzi umani che il Mostro ha brutalmente strappato alle sue vittime, viene trovata. Decisamente poveri, quindi, i risultati di chi ha ipotizzato e ipotizza l’esistenza della setta satanica quale mente di delitti che sarebbero stati ordinati a Pacciani, Lotti e Vanni.

Detto questo, va precisato che più di qualcuno, tuttavia, non hanno mai smesso di interrogarsi sulla misteriosa Beretta del Mostro: come può essere finita nelle sue mani, se non era lui l’autore del primo omicidio, quello del 1968? Il giornalista Mario Spezi, che segue il caso dagli inizi, ha scoperto che l’autore del delitto del 1968, il cui nome è noto da tempo, poco dopo quel duplice omicidio, sporse denuncia perché qualcuno, nei primi anni ’70, gli entrò in casa rubandogli qualcosa. Della refurtiva, in quella denuncia, non si seppe nulla. E’ naturale: se il denunciante, per ipotesi, avesse ammesso di possedere una Beretta Calibro 22 si sarebbe praticamente autocondannato per il duplice omicidio del quale fra l’altro era già tra i sospettati.

Prima di chiedere (per paura?) il ricovero per instabilità mentale, chi sporse quella denuncia non si trattenne però dall’indicare chi, secondo lui, gli aveva scassinato la casa: all’epoca si trattava appena di un ragazzino, che si allontanò da Firenze per andare da una zia, nel nord Italia.
Guarda caso, fece ritorno in toscana nel ’74. Si tratta di un personaggio molto particolare: appena sfiorato dalle indagini sul Mostro, da piccolo visse un grandissimo trauma: quando era ancora in Sardegna, gli morì la madre, con ogni probabilità assassinata dal padre. C’è dell’altro: questo ragazzo, divenuto adulto, si sposò per poi divorziare, a causa della propria impotenza: impotentia coeundi. E’ una persona alta, agile, muscolosa, che visse a lungo nelle zone dove ebbero luogo i delitti. Possiede da sempre, pare, un coltello da sub, al quale è legatissimo, e oggi risiede nella periferia ovest di Firenze. Se ne parla accuratamente nel libro di Spezi e Preston, Dolci colline di Sangue (Sonzogno, 2006), dove questa persona, soprannominata “Carlo”, viene anche intervistata.

Ora ci sono delle domande. Tante domande. Anzitutto, perché non si mai indagato su costui, su “Carlo”? Perché chi ha cercato, come Spezi, di riportare l’attenzione sull’inizio della storia della Beretta Calibro 22, ovvero sulla “pista sarda”, prima di esser riconosciuto del tutto innocente, è stato addirittura incriminato ed arrestato?  E ancora: perché non si è fatto luce sulla misteriosa morte di Pacciani? Forse perché avrebbe portato a mettere in discussione la pista ufficiale, o almeno a modificarla?

Tutte domande, queste, senza una risposta – e forse destinate a rimanere tali per sempre. Lo dicevamo all’inizio: questa non è una bella storia. E’ una storia di mostri che sembrano fantasmi e invece sono reali. Una storia che non ha un lieto fine, che non vede vincere i buoni sui cattivi, e che sarebbe meglio dimenticare assieme a quella verità, oggi come allora nascosta nel buio e nell’omertà. Il punto è che in questa storia ci sono state tante, troppe vittime: vite di giovani spezzate dalla furia di un Mostro ancora senza volto, giovani che oggi – dalle foto dei giornali e dei libri sugli orrori che insanguinarono le dolci colline fiorentine, che li ritraggono sorridenti e spensierati – sembra che ti osservino.  E ti chiedano, supplicandoti, una cosa: non essere dimenticati.