Niente omicidi o serial killers macellai stavolta, ma solo la sofferenza e l’umana paura di provarne, con conseguente desiderio di eutanasia. E’ stato questo il tema principale delle puntate della serie televisiva Criminal Minds trasmesse ieri sera in prima visione italiana. I due nuovi episodi, infatti, hanno lasciato spazio alla storia dell’incontro tra l’agente David Rossi – interpretato dall’italo-americano Joe Mantegna – e l’ex moglie Carolyn. Incontro inaspettato, che fa supporre a Rossi che l’ex moglie auspichi una sorta di ritorno di fiamma.

La vera ragione per i cui i due si sono ritrovati però emerge presto ed è assai diversa: la donna ha scoperto di avere la SLA ed ora vorrebbe strappare all’ex marito una promessa di eutanasia. «Voglio uscire da questa vita come sono vissuta», supplica Carolyn. La quale però non ottiene dall’ex marito quanto chiede, senza tuttavia rammaricarsene: «Lo sapevo che non ce l’avresti fatta. Tu sei l’uomo migliore che l’abbia mai conosciuto. Per questo volevo tu stessi con me». Segue la scena in cui David scopre che, mentre pronuncia queste parole, la donna sta morendo in seguito all’assunzione letale di farmaci.

Non un gran bel finale, dunque. Però senza dubbio la storia è istruttiva nel senso che mostra – o, meglio, ricorda a chi già non lo sa – che non è il dolore bensì la paura di sperimentarlo che rendere accettabile o persino desiderabile la “dolce morte”: «Ti prego, non farmi morire in ospedale», sono le parole che Carolyn – il cui aspetto fisico non risulta minimamente deturpato o segnato – dice ad un certo punto all’ex marito. Parole che, insistiamo, non hanno a che vedere con un dolore insopportabile bensì con il terrore, un domani, di provarlo.

In questo senso Criminal Minds conferma quello che molte ricerche scientifiche hanno acclarato da tempo mostrando, per esempio, che depressione e disperazione – specie per pazienti terminali – sono i veri predittori di richieste di eutanasia [1]. Analogamente, alcune ricerche hanno messo in luce come in Olanda, dove la “dolce morte” è legale, solo il 46% delle richieste di eutanasia menziona il dolore, contraddicendo così le raccomandazioni che pongono come condizione per l’eutanasia una sofferenza divenuta non più sopportabile [2].

Alla luce di questi elementi risulta dunque difficile dissentire da Bok quando afferma che «come il fatto di rivelare la propria intenzione di suicidarsi è spesso una richiesta d’aiuto da parte di persone non ancora pronte a morire […] anche le discussioni sul suicidio medicalmente assistito sottointendono una richiesta d’aiuto. Esse lanciano un segnale d’allarme […] con l’intento di richiamare l’attenzione» [3].

Anche quello della Carolyn di Criminal Minds era un segnale dall’allarme: la malattia le era appena stata diagnosticata, ma lei non ha retto al pensiero di doverla affrontare, dando prova dell’immensa difficoltà che l’uomo contemporaneo esperimenta dinnanzi all’ipotesi del dolore. E’ questo, e non altro, il terreno su cui vale la pena interrogarsi. Possibilmente senza soffermarsi troppo a discutere sulla “dolce morte” che, come abbiamo visto, altro non è che una tragica scorciatoia.

[1] Cfr. Tiernan E. – Casey P. – O’Boyle C. – Birkbeck G. – Mangan M. – O’Siorain L. – Kearney M. (2002) Relations between desire for early death, depressive symptoms and antidepressant prescribing in terminally ill patients with cancer. «Journal of the Royal Society of Medicine»; 95(8): 386–390; [2] Cfr. Bossi L. Storia naturale dell’anima. Baldini Castoldi Dalai editore, Milano 2005,  p. 403; [3] Bok S. Suicidio medicalmente assistito in Dworkin G. – Frey R.G. – Bok S. Eutanasia e suicidio assistito. Edizioni di Comunità, Torino 2001, p. 172