«Je veux qu’on enseigne la morale laïque», voglio che s’insegni la morale laica, ha affermato Vincent Peillon, ministro dell’Istruzione francese e barzellettiere. Perché è evidente che quella della morale laica è una barzelletta, un bluff, un’idea forse capace di attirare consensi ma di fatto informe e traballante. Cos’è la morale laica? Ma soprattutto per quale ragione un mondo secolarizzato dovrebbe impegnarsi ad insegnare, sia pure in forma aggiornata ed aconfessionale, quella stessa morale contro la quale ha lottato e lotta? Non ha alcun senso.

Ci stiamo finalmente sbarazzando dell’influenza religiosa nella vita pubblica, che bisogno c’è, che bisogno abbiamo di tornare indietro e di farci la morale? Proprio non si capisce. Lo dico perché se fossi un laico – nel senso corrente ed anticlericale del termine – la morale sarebbe decisamente l’ultimo dei miei pensieri. Attenzione, però: non si vuole insinuare che i laici, intesi come coloro che non credono o non credono del tutto, siano persone amorali o non abbiano alcuna morale: uno conto è la morale laica, un altro la morale dei laici, che per quanto secolare difficilmente non risente, sotto sotto, di istanze metafisiche; il primo è un azzardo intellettualistico, la seconda afferisce a quella tensione al bene che interessa – con le dovute differenze – ciascuno di noi.

Il discorso qui è diverso e riguarda, da un lato, l’impossibilità di riassumere ed insegnare le morali laiche, che sono numerosissime essendo individuali e non collettive né aspiranti tali, e, d’altro lato, il paradosso di somministrare morale ad una società maturata nella liberazione – positiva o meno, è un altro discorso – dai dettami morali. Cosa in fondo sia la morale laica, poi, lo sappiamo tutti: liberté, liberté, liberté; libertà di ricerca e manipolazione genetica, libertà di sposarsi e divorziare a piacimento, libertà di abortire e libertà di morire. Al massimo ci si potrebbe spingere a riconoscere, con Engelhardt, che «la sola fonte di autorità laica generale in tema di contenuto morale e di direzione morale» è «l’autorità delle persone che decidono di collaborare» (Manuale di bioetica, Il Saggiatore, Milano 1991, pp. 98-99).

Ma è un po’ poco, converrete, per farci un insegnamento scolastico e ripetere con Peillon «je veux qu’on enseigne la morale laïque». O forse crediamo veramente che, con tutti i problemi che ci sono, la collettività ora abbisogni di una cattedra per sapere che è morale non farsi la guerra e collaborare? Urge realmente una programmazione didattica dell’ovvio? Si direbbe di no. Senza contare che alla prima domanda volta ad esplorarne i fondamenti seria la morale laica, se è onesta, non può che andare in tilt dando ragione a Böckenförde, per il quale «lo Stato liberale, secolarizzato, vive di presupposti che esso di per sé non può garantire» (Diritto e secolarizzazione, Laterza, Roma-Bari 2007, p. 53). Folle quindi chiedere alla morale laica, che tutt’al più è ricerca, di riciclarsi come insegnamento.

Ecco perché anche chi crede alla necessità della morale – di quella vera e vincolante, non della versione fighetta e wireless – è tenuto a rivolgere un appello agli amici laicisti che amano dirsi laici, un appello sincero: fate il vostro lavoro, diffidate delle parodie e non scimmiottate i pulpiti contro i quali vi siete sempre battuti. Non abbiate paura di essere ciò che siete. Ci sono già tanti cattolici che giocano a fare i laici finendo col dimenticarsi di ciò che sono: non vorrete mica fare la stessa fine? Non vorrete fare come Fouché, Danton e Robespierre, che stravedevano per «la morale laïque» salvo poi pendere dalle labbra di Marie-Anne Lenormand, la celebre cartomante? Non vorrete insomma addormentarvi all’aperto e risvegliarvi in chiesa? Pensateci bene: la morale laica non vi conviene. Neppure se siete veri laici. Anzi, soprattutto se lo siete.

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