Premessa: consideriamo – al pari di chiunque lo abbia conosciuto o ne abbia sentito parlare – il generale Carlo Albero Dalla Chiesa (1920-1982) un eroe. Di più: un eroe che si dovrebbe ricordare più spesso di quanto non si faccia, come in questi giorni, solo allorquando ricorre la commemorazione del suo vile assassinio. Parimenti, anche se non lo reputiamo titolo meritorio, ci rifiutiamo di considerare una vergogna inenarrabile l’essere appartenuti alla Loggia P2.

Un punto di vista, questo, ben distante da quello della redazione de Il Fatto Quotidiano, in particolare del suo direttore, Antonio Padellaro, e del suo vice, Marco Travaglio: il primo quando lavorava per il Corriere ebbe il merito – come lo stesso Travaglio riporta in Inciucio (Bur, 2005) – di «portare in redazione gli elenchi della loggia di Gelli, appena scoperti dai giudici milanesi», il secondo non perde occasione di ricordare – vedi il libro Le mille balle blu (Bur, Milano 2006) – che Licio Gelli risulta «condannato per i depistaggi nelle stragi, e per la bancarotta del Banco Ambrosiano, ed è indagato per l’omicidio di Roberto Calvi». Insomma, Padellaro e Travaglio non stravedono affatto per la P2 e per coloro che ne fecero parte, tutt’altro. E poi si battono per far emergere il più possibile i “fatti” senza censure o bavagli. Sono giornalisti seri, insomma.

E allora ci devono spiegare come mai hanno consentito che ieri il loro giornale pubblicasse un articolo di Gian Carlo Caselli dove si celebra – giustamente – il generale Dalla Chiesa spiegando che la sua eredità è di «importanza fondamentale», che rappresenta un «simbolo della lotta (vincente) al terrorismo brigatista»  e che è al suo sacrificio che dobbiamo «i due pilastri su cui ancora oggi si regge l’azione antimafia (reato associativo e misure contro l’illecita accumulazione di ricchezze)», ma dove ci si dimentica di dire che Dalla Chiesa chiese di entrare nella P2 e che pare non la considerasse affatto – lui, uomo delle istituzioni e del dovere – quel club di mezzi criminali e sovversivi che molti lettori del Il Fatto Quotidiano pensano.

Come mai questa censura? Non eravate voi, cari giornalisti liberi e indipendenti, quelli contro il bavaglio? E allora perché lasciare i vostri lettori nell’ignoranza? E dire che la volontà di Dalla Chiesa di far parte della Loggia di Gelli è storia. Infatti, quando il 17 marzo 1981 la Guardia di Finanzia scovò gli archivi della P2 contenuti nella cassaforte di Licio Gelli – oltre al nome degli affiliati – scoprì parecchie «domande di iscrizione con firme illustri», tra cui quella del generale (Cfr. De Luca M. – Buongiorno P. Storia di un burattinaio in AA.VV. L’Italia della P2, Mondadori, Milano 1981, p. 60).

Da quanto sappiamo Dalla Chiesa inoltrò questa richiesta tramite il generale Raffaele Giudice e il deputato Francesco Cosentino grazie ai quali «fu “presentato” (avevano sottoscritto il modulo di presentazione per l’inserimento nella loggia») a Gelli» (Pennino G. Il vescovo di Cosa nostra, Sovera, Roma 2006, p. 121). E’ meno chiara la ragione per cui Dalla Chiesa presentò quella domanda. Secondo alcune fonti lo fece quasi involontariamente – «anch’io, come altri, sono stato costretto a iscrivermi alla Loggia», avrebbe detto (cit. in Di Giovacchino R. “Il libro nero della Prima Repubblica”, Fazi, Roma 2005, p. 91) -; per altre avrebbe inoltrato la domanda ritenendo la cosa come non grave, anzi: «Io ho fatto la domanda […] per quanto ne sapevo, per le persone che conoscevo, si tratta di uomini per bene, servitori dello Stato..» (cit. in Carpi A.P. “Il Venerabile“, Gribaudo & Zarotti, Torino, 1993, p. 443).

Dinnanzi ad una così vasta pluralità di fonti, una cosa appare comunque certa: Dalla Chiesa fece regolare domanda per affiliarsi alla Loggia P2, quella guidata da tale Licio Gelli, «condannato per i depistaggi nelle stragi, e per la bancarotta del Banco Ambrosiano, ed indagato per l’omicidio di Roberto Calvi». Cosa che per noi – lo ribadiamo – rappresenta un aspetto della minima rilevanza e che non scalfisce minimamente la statura morale, umana ed istituzionale di questo compianto ed eroico servitore dello Stato. Per altri, per i quali la P2 rappresenta il Male Assoluto, dovrebbe invece costituire un fatto quanto meno problematico. A meno che i “fatti”, come in questo caso, non vengano fatti sparire.

Giuliano Guzzo

 

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