Voleva con convinzione la “dolce morte” ed ha avuto la morte, anche se non quella “dolce” che sperava. Non è stato quindi accontentato Tony Nicklinson, lui che dal 2010 si batteva per ottenere l’eutanasia dopo che un ictus, cinque anni prima, lo aveva improvvisamente catapultato in una condizione difficile, che non esitava a definire «umiliante», «noiosa», «orribile» [1].

Per questo aveva deciso di spendersi perché un tribunale gli riconoscesse il diritto di andarsene da un mondo che sentiva di non poter più amare. Un po’ come accadde al nostro Piergiorgio Welby (1945-2006), con la differenza che nel suo caso la nera signora ha giocato d’anticipo, andando a prenderlo prima che un infermiere o un anestesista potessero assecondare le sue istanze di morte. Una beffa, se vogliamo.

Eppure, se la morte naturale di Nicklinson, da un lato, è un’evidente sconfitta per il fronte della bioetica laica e pro-choice, non può neppure, d’altro lato, passare per vittoria pro-life. Infatti la sola idea che quest’uomo non trovasse più da anni ragioni per vivere, la dice lunga su quella solidarietà che dovrebbe innervare ogni relazione umana, a partire da quelle con le persone più fragili come possono essere coloro che da un giorno all’altro si ritrovano fermi, bloccati, inchiodati a un letto o ad una carrozzella.  

Sarebbe dunque un errore dimenticare la morte di quest’uomo. Anche perché c’è da scommettere, se già non c’è, che si presenterà presto un nuovo Tony  Nicklinson desideroso di farla finita. E quando accadrà la difesa del diritto alla vita – che dovrà essere ferma, priva della minima ambiguità e sostenuta in ogni sede – non sarà efficace se disgiunta da quell’abbraccio che all’uomo morto ieri purtroppo non è arrivato; non del tutto almeno. Mentre gli è arrivato il sostegno – specie via Twitter – dei tifosi della sua morte. Di gente a lui vicina solo in apparenza, che non ha saputo leggere oltre la sua disperazione.

[1] http://www.ilpost.it/2012/08/22/la-storia-di-tony-nicklinson/;