Con un intervento a sorpresa, la Curia di Milano ha bocciato il progetto del Sindaco Pisapia a favore di un riconoscimento alle convivenze lamentando «il rischio che la voluta equiparazione tra famiglia fondata sul matrimonio e unione civile porti a legittimare la poligamia» [1]. In effetti, anche se potrebbe sembrare esagerato, il rischio c’è. Per due ragioni.

Intanto perché in Italia la poligamia già c’è; clandestina, ma c’è. Significativa, a questo riguardo, un’inchiesta della giornalista di Repubblica Francesca Cafferi nella quale si afferma che da noi il fenomeno riguarda «15-20mila casi»[2]. Stime da maneggiare con prudenza, naturalmente. Ciò che conta, però, è che sicuramente migliaia di casi ci sono. Esattamente come esistono casi di coppie omosessuali. Dunque non si capisce perché – se adottiamo la logica per cui è giusto che la legge legittimi quelli che di fatto sono comportamenti già diffusi nella società – dovremmo metterci a favorire le coppie omosessuali rispetto alle famiglie poligamiche: sempre di amore si tratta, no?

E poi, chi siamo noi – per impiegare un tormentone caro ad alcuni – per negare ad un amore poligamo ed autentico un riconoscimento? Vogliamo forse arroccarci sui vetusti precetti cattolici che vedono il matrimonio come unione indissolubile tra un uomo ed una donna aperta alla procreazione? Una volta che con il divorzio si è superato il principio di indissolubilità del matrimonio, e con il futuro riconoscimento delle coppie gay (con relativa possibilità di adozione) si supererà quello dei sessi opposti di coloro che lo contraggono, in base a quali ancestrali regole ci si potrà ostinare a considerare il matrimonio un affare a due? Ovviamente il nostro è sì un ragionare provocatorio, ma fino a un certo punto.

Un secondo argomento che evidenzia «il rischio che la voluta equiparazione tra famiglia fondata sul matrimonio e unione civile» possa «legittimare la poligamia» è giuridico, e riguarda il fatto che coloro che chiedono il riconoscimento delle convivenze more uxorio – com’è noto – per argomentare le loro ragioni fanno appello al dettato costituzionale in ordine all’impegno della Repubblica a riconoscere i diritti dell’uomo «nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità» (art. 2). Ebbene, perché questo non dovrebbe valere per le famiglie poligamiche?

Se infatti – analogamente a quanto scrissero i Ministri Bindi e Pollastrini – riteniamo che il legislatore debba riconoscere «alle persone che fanno parte di convivenze caratterizzate da requisiti di durata e di relativa stabilità, taluni diritti e facoltà, rinvenendone il fondamento costituzionale nell’articolo 2, il quale estende la garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo (oltre che come singolo) anche nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede altresì l’adempimento degli inderogabili doveri di solidarietà» [3], quale buona ragione abbiamo per negare diritti alle famiglie poligamiche «caratterizzate da requisiti di durata e di relativa stabilità» e seguitare a considerarle reato[4] se i membri di queste sono consenzienti?

Anche perché, a ben vedere, le famiglie poligamiche, rispetto a quelle omosessuali, presentano due connotati interessanti: sono composte – al pari di quelle tradizionali – da persone di sesso diverso, e – sempre al pari delle tradizionali – sono potenzialmente aperte alla procreazione, alla crescita e all’educazione della prole. Dunque contribuirebbero, per così dire, al bene comune in misura certamente significativa e non trascurabile, tanto più in una fase come la presente, contrassegnata da un forte invecchiamento della popolazione e dalla necessità di promuovere la natalità.

Dicendo questo intendiamo forse tifare per la famiglia poligamica? Certamente no. Semplicemente si è voluto rilevare come le preoccupazioni espresse dalla Curia di Milano siano tutt’altro che destituite di fondamento. Inoltre, a conclusione dei nostri ragionamenti non possiamo che constatare un fatto: una volta che si accetta o si avvia – perché lo si ritiene superato, anacronistico o bisognoso di “aggiornamenti” – una de-costruzione dell’istituto matrimoniale così come l’abbiamo conosciuto e l’hanno conosciuto prima di noi i nostri nonni ed i nonni dei nostri nonni, le possibilità diventano infinite e tutte parimenti degne.

E’ la logica del relativismo etico: sai da dove ti fa partire, ma non sai dove ti porta. E a volte – come nel caso del relativismo applicato alla famiglia – è meglio non saperlo. Ragion per cui bene ha fatto la Curia di Milano a lanciare il suo allarme. Speriamo solo che non cada nel vuoto e che serva ad aprire gli occhi ai nostri politici, così da indurli a lasciar perdere le convivenze more uxorio e ad adoperarsi per provvedimenti a favore per la tutela e la promozione della cara vecchia famiglia tradizionale, oggi in crisi ma fondamentale a garantire gli equilibri di una società che abbia a cuore sé stessa.

[1http://milano.repubblica.it/cronaca/2012/07/21/news/unioni_civili_l_altol_della_curia_il_comune_legittima_la_poligamia-39464396/?ref=HREC1-4;[2http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/cronaca/poligamia/poligamia/poligamia.html; [3] http://w3.uniroma1.it/ceccanti/dispense/dicostampatosenato.pdf; [4] Ex. Art. 556 C.p. La possibilità di un riconoscimento della poligamia viene indirettamente esplorata, tra gli altri, anche Solignani quando osserva che «capita sempre più spesso di doversi pronunciare su situazioni familiari legate a ordinamenti stranieri nei quali la poligamia non ha nulla di illegale: il caso più ovvio e rilevante è quello della religione islamica, che non incoraggia tale pratica ma che neppure la sanziona» Soligani T. Guida alla separazione e al divorzio. Antonio Vallardi Editore, Milano 2010.