La grande festa per l’ascesa di Kamala Harris «prima donna vicepresidente», in corso da giorni, fatico a capirla. Primo perché trattasi di una estremista – la Harris è una che prese le parti dell’abortista Planned Parenthood quando emerse la notizia del vomitevole traffico di parti di feti abortiti, nonché una che detesta il cattolicesimo (quello di Biden magari no, quello dei pro life tantissimo) -, secondo perché, quando festeggi un primato politico, dovresti almeno sapere di che politica stai parlando.

Diversamente, se per esultare basta la notizia di una «prima donna» a ricoprire un ruolo istituzionale, allora dovremmo brindare pure alla memoria di Aleksandra Kollontaj, prima donna nella storia ad aver ricoperto l’incarico di ministro: peccato fosse una rivoluzionaria russa, amica di Lenin e sostenitrice di un’ideologia, il comunismo, responsabile di decine di milioni di morti. Motivo per cui inviterei tutti alla prudenza, dato che gioire per la «prima donna vicepresidente» rischia di essere molto pavloviano e poco saggio.

Se poi si considera che altre donne di colore hanno già rivestito ruoli significativi proprio ai vertici Usa, pensiamo al Segretario di Stato Condoleezza Rice, il fantastico primato della Harris – mi scuso se sarò diretto – significa zero o poco più. A maggior ragione che che non stiamo parlando di una povera orfanella di umili origini, bensì della figlia di una biologa e di un professore di Stanford, non esattamente la famigliola migrante tipo. Ma vallo a spiegare al Giornale Unico, che di questa signora di 56 anni ha già fatto una leggenda vivente; anzi, non andarlo a spiegare proprio. Tempo perso.

Giuliano Guzzo