Non voglio neppure andare a controllare, non mi interessa. E soprattutto non ha importanza, lo spazio che oggi la stampa riserva o non riserva alla notizia della morte di Paola Bonzi, mancata ieri a 77 anni per l’improvviso aggravarsi di una malattia. Non ha importanza perché la grandezza di questa donna cieca, da 35 anni anima del Centro Aiuto alla Vita della Mangiagalli di Milano, è già scritta nei numeri della sua colossale opera. Numeri che parlano di 22.633 bambini strappati all’aborto, di altrettante mamme salvate, di decine di migliaia di vite che hanno sprigionato una bellezza che la morte si sarebbe portata via, se l’ascolto amorevole di Paola e degli altri volontari di quel Cav non fosse arrivato a seminare speranza, a tendere la mano, ad offrire l’abbraccio decisivo.

Basterebbe questo a descrivere la statura di un donna che però – come si diceva – difficilmente verrà riconosciuta fino in fondo. Basti pensare a quanto accaduto sei anni fa, quando a Milano decisero di assegnarle l’Ambrogino d’oro: la sinistra militante insorse e non ci pensò due volte a definire quella premiazione «un insulto» e «un’offesa». Il motivo? Ma è ovvio: le «idee medioevali» di questa donna che, pur non potendola vedere, della luce era diventata credibile ambasciatrice. Una luce che si fatica ad apprezzare, ormai, perfino in un mondo cattolico dove «salvare vite» è diventato sinonimo di benedizione dei barconi Ong. Tutto il resto ciao, viene dopo. Chiunque però venga a conoscenza di quelle 22.633 vite salvate davvero, non potrà che rendere omaggio a questa grande donna dell’Italia di oggi, già esempio per quella di domani.

Giuliano Guzzo

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