Riepilogo delle puntate precedenti: da settimane, presso il Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia è in corso una campagna di singolari avvicendamenti – per usare un eufemismo – che ha visto l’eliminazione di corsi fondamentali, in cui venivano trasmessi gli insegnamenti cari al pontefice polacco, ma soprattutto l’allontanamento di stimati docenti primi fra tutti monsignor Livio Melina e padre José Noriega; ed altri ancora. Tutto ciò sotto la regia del Gran cancelliere dell’Istituto, monsignor Vincenzo Paglia, il quale ovviamente smentisce la tesi che queste siano epurazioni preferendo parlare di opera di «ristrutturazione».

Ora, la notizia sarebbe rimasta confinata nella cronaca ecclesiastica se non fosse per tre esplosivi “dettagli”: l’Istituto in questione fu fondato da Giovanni Paolo II, i docenti allontanati sono fedeli continuatori della sua linea teologica e uno di costoro – monsignor Livio Melina – è stato ricevuto da Benedetto XVI, che ha voluto incontrarlo per ascoltarlo e manifestargli, hanno riferito le agenzie, la sua personale «solidarietà». Tre aspetti, quelli poc’anzi esposti, che delineano in modo chiaro come l’oggetto della«ristrutturazione» non sia tanto un Pontificio Istituto quanto, invece, un pontefice, Karol Wojtyła, il cui pensiero su matrimonio e famiglia pare essere divenuto ingombrante, anacronistico, da «ristrutturare» appunto.

Che la posta in gioco sia ben di più di una ordinaria «ristrutturazione» è testimoniato  – oltre che dalla lettera-appello degli studenti contro i cambiamenti del Gran cancelliere Paglia, appello che ha superato le 920 adesioni – dalla decisione di Benedetto XVI di incontrare monsignor Melina cui si diceva; sempre che, ovvio, non si arrivi a sostenere (ultimamente le arrampicate sugli specchi vanno alla grande) che sia prassi che un pontefice emerito ultranovantenne incontri e solidarizzi con un monsignore per la perdita della sua cattedra. Viene dunque ora da chiedersi: come mai? Per quale motivo papa Wojtyła sta diventando scomodo all’interno dello stesso mondo cattolico?

Le spiegazioni possibili sono molte, ma una le riassume tutte: lungo tutto il suo pluridecennale pontificato, Giovanni Paolo II ha riproposto con forza e coraggio l’inattualità della morale cattolica. Senza mai fare sconti. Che parlasse di aborto, di eutanasia, di contraccezione o di altro, il papa polacco – che pure ha intrattenuto un rapporto fecondo con i giovani (si pensi alle Giornate Mondiali della Gioventù) – non ha mai anteposto alcuna necessità pastorale al dovere di diffondere integralmente la proposta di vita cattolica. Non solo. Con le sue encicliche, su tutte la Veritatis splendor, Giovanni Paolo II sfidò apertamente la modernità, ricordando che la verità anticipa la libertà. Di più: la fonda.

Tutto questo, si badi, senza mai dimenticare i fedeli feriti dal peccato (commovente, tra i tanti, il pensiero alle donne reduci dall’aborto nell’enciclica Evangelium vitae), ma comunque – come si diceva – senza mai abbassare la guardia dinnanzi alle provocazioni di una «cultura dominante» (nella Veritatis splendor viene chiamata esattamente così) non da accogliere bensì da sfidare. Ebbene, tutto ciò oggi appare scomodo, terribilmente scomodo per un mondo cattolico che – a partire dalle sue gerarchie – da anni sembra intimorito ed ormai convinto che senza «ristrutturazione» morale la Chiesa abbia ormai ben poco da dire e da dare. Una rivoluzione i cui artefici oggi sono disposti a tutto. Anche a mandare in soffitta un papa santo.

Un simile stravolgimento è chiaramente gravissimo. Non solo per l’Istituto Giovanni Paolo II e per la memoria di Karol Wojtyła, ma soprattutto per la Chiesa. Lo prova il fatto che, quando l’Istituto in questione venne fondato, il cardinale Carlo Caffarra – che fu per decenni il teologo morale di riferimento di Wojtyła – scrisse a suor Lucia dos Santos ricevendo una risposta che non si attendeva (il cardinale, nella sua lettera, aveva chiesto alla veggente di Fatima solo preghiere) e in cui è contenuta una profezia sconvolgente: «Lo scontro finale tra Dio e Satana è su famiglia e vita». Ebbene, ora quella lettera si trova proprio negli archivi dell’Istituto Giovanni Paolo II. E riletta oggi suona come un avvertimento che, a quanto pare, si preferisce ignorare. Si passerà a «ristrutturare» anche suor Lucia e la Madonna di Fatima?

Giuliano Guzzo

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