Nella discussione sulle bottiglie di acqua Evan firmate Chiara Ferragni, andate subito a ruba nonostante gli 8 euro l’una, due sono le posizioni prevalenti: quella di chi richiama l’attenzione sulla miseria offesa, e quella di chi fa lo stesso col mercato onnipotente. Ebbene, sbagliano entrambi. Sì, perché se il punto è lo spreco, 2,5 miliardi di esseri umani in costante scarsità d’acqua impongono di certo una riflessione ma, prima dell’ultima trovata della bionda cremonese, sarebbe giusto prendersela con la bottiglia di Hello Kitty, che di euro ne costa 240 e la vendono sconsigliandoti pure di berla; se viceversa il punto è il business, come esistono la domanda e l’offerta esiste pure il diritto di affermare che chi spende e spande eterodiretto via Instagram, ecco, proprio bene non deve stare.

D’altro canto, vale altresì la pena chiarire che madame Ferragnez, osannata come novella musa degli affari, su questo non ha inventato nulla dato che il potere promozionale dei cosiddetti vip è diavoleria arcinota. Già oltre sei decenni or sono, per dire, in Les Stars (Le Seuil, 1957) il sociologo Edgar Morin segnalava come le vendite dei pattini da ghiaccio fossero lievitate del 150% dopo i film di Sonja Hein. Nihil novi sub sole, dunque. Non si può tuttavia non interrogarsi sul paradosso di una società secolarizzata che, da alcuni anni, pare stia barattando le grandi tradizioni per le piccole tendenze, le convenzioni con le connessioni, l’eterno con l’effimero, i fedeli con i follower. E’ davvero una meditazione impegnativa, che penso affronterò sborsando 8 euro, se proprio devo, per una birra artigianale. La classe, infatti, non è acqua. Mai stata.

Giuliano Guzzo

 

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