L’inflessibilità con cui non tanto un centrosinistra oggi moribondo, quanto la quasi totalità dei mass media criticano il governo gialloverde è la dimostrazione di un fatto: vent’anni e passa di antiberlusconismo non sono sono serviti a nulla. Vent’anni trascorsi a demonizzare un leader col solo vero effetto di tenerlo a galla elargendogli il patentino perseguitato politico – e quindi rendendolo più simpatico e popolare di quanto altrimenti non sarebbe – non sono bastati ai giornalisti nostrani per imparare la lezione. Se infatti Berlusconi, una volta in politica, non fosse stato subito dipinto nei modi peggiori, probabilmente il suo consenso sarebbe declinato prima che fosse l’invecchiamento a presentargli il conto.

Basti ricordare che il Cavaliere era da poco sulla scena politica quando Franca Rame lo definiva «faccia di plastica» (Il Venerdì, 11/2/94), Michele Serra «miliardario ridens» (L’Unità, 19/5/94), Vittorio Sgarbi lo apostrofava come «un prodotto Findus» (Rai Tv, 2/94), Umberto Bossi gli dava del «tubo vuoto, qualunquista» (L’Unità, 2/6/94) e Gianfranco Fini dell’«inesperto» (La Repubblica, 8/4/1994), mentre «autoritario e sprovveduto» era il commento di Norberto Bobbio (La Repubblica, 9/6/1994). Ebbene, bene o male sono trascorsi 24 anni da allora e Berlusconi ha ancora il suo peso, mentre larga parte dei suoi critici sono oggi morti o ridotti all’irrilevanza. Un dato di fatto che qualcosa, forse, insegnare dovrebbe. Invece niente.

Invece abbiamo torme di giornalisti e intellettuali che si sentono investiti dalla missione di liberarci di Conte, Salvini e Di Maio, e non capiscono che, a forza di presentare il governo gialloverde come il Terzo Reich 2.0 a poco dal suo insediamento, gli stanno già allungando la vita. Abbiamo cioè milizie di «salvatori della patria» che non solo dimenticano che le forze politiche da loro sbertucciate hanno un consenso vasto – quindi dare del razzista a Salvini o dell’imbecille a Di Maio equivale a darlo a milioni d’italiani -, ma che non hanno mai sentito parlare di eterogenesi dei fini. Si tratta, lo si ripete, di gente perbene, che ha studiato, letto e viaggiato, ma – per fortuna di Lega e M5S – non molto acuta. Diversamente, in oltre vent’anni avrebbe imparato la lezione. A memoria.

Giuliano Guzzo

 

 

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