Ragioniamo insieme: l’uscita dall’euro rientrava nel contratto-programma del «governo del cambiamento»? No. Forse era nelle parole del professor Conte? Ancora no. Allora, magari, nelle intenzioni del temuto Savona: neppure, dato che egli stesso, prima che fosse posto il veto presidenziale sul suo nome, aveva escluso che da ministro avrebbe operato in tal senso. Si potrà ribattere che anni fa Savona sull’eurexit aveva scritto, ma non è un argomento: che «i problemi degli italiani, un debito pubblico elevato e una bassa crescita e competitività, potrebbero essere risolti uscendo dall’euro» non l’ha detto l’ex ministro del governo Ciampi, ma – quest’anno, anche se la l’idea non lo convince del tutto (p.151) – proprio Carlo Cottarelli (I sette peccati capitali dell’economia italiana, Feltrinelli 2018, p.147), che Mattarella non solo non ritiene pericoloso per i venerati mercati, ma ha addirittura immaginato come futuro premier.

Ma se l’addio all’euro non è fra le proposte gialloverdi – qui, si badi, non incensate ma neppure demonizzate – come mai se ne parla ininterrottamente (Repubblica ha pescato un vecchio video no euro di Salvini, mentre il Corriere vi dedica oggi tutta pagina 10)? Perché, poi, un esecutivo ritenuto incapace di realizzare quanto promesso, dovrebbe invece essere così abile da realizzare perfino ciò che non ha mai detto? Strano, no?. Ciò acquista invece senso se si legge questo falso problema – l’uscita dall’euro, appunto – come rimedio ad un vero problema: lo stato comatoso del Pd e del centrosinistra in generale, che abbisogna di una nuova narrativa per un nuovo appeal elettorale. Anche perché, se da un lato i consensi dem son oggi bassini, dall’altro più del 60% degli italiani è per la permanenza nella moneta unica. Dunque, politicamente parlando evocare l’uscita dall’euro è un formidabile salvagente per tornare a galla.

A dirla tutta, l’abbandono della moneta unica risulta pure un modo per cavalcare le paure (l’associazione «fuori dall’euro» uguale «apocalisse» è ancora diffusa), tra l’altro da parte della stessa parte politica che accusa di cavalcare le paure chi su altri temi – questi sì concreti, tipo immigrazione e criminalità – osa soffermarsi. Paradossi sinistri, in tutti i sensi. Ciò detto, si può escludere che un simile spauracchio possa rivelarsi utile, non solo perché Martina e lo stesso Renzi oggi sono mediaticamente deboli, ma anche perché il loro diretto avversario, Salvini, pur non possedendo alcun media, su media ora spopola: dal 14 al 28 maggio, secondo Mediamonitor.it, su 1.500 fonti d’informazioni ha ottenuto 13.533 menzioni, staccando Di Maio (12.605), Giuseppe Conte (12.361) e lo stesso Mattarella (9.140). Per quanto strategico sia, insomma, neppure il richiamo alla moneta unica sembra al momento poter garantire la rinascita di una sinistra che di unica, oggi, ha solo la sua crisi.

Giuliano Guzzo