«Evviva il Presidente». «Grazie Mattarella». «Stima e gratitudine per il Quirinale!». Da quando il Presidente Mattarella ha affondato il governo gialloverde, mettendo il proprio veto sul nome dell’economista Paolo Savona e convocando Cottarelli, il mondo politico democratico l’ha elevato in un lampo al grado di eroe nazionale, di patriota. Un entusiasmo da capire: andassimo alle urne oggi, per Pd e amici – già usciti con le ossa rotte il 4 marzo – sarebbero guai, ma guai seri. A quanti gravitano attorno all’area dem non resta dunque che sperare nel Colle e in Cottarelli per cercare di scongiurare il più possibile non tanto l’aggressione dei mercati, bensì quella degli elettori, letteralmente inferociti. Ma questa è banale cronaca politica.

Più interessante può essere chiedersi se quanto avvenuto rientri fra le prerogative presidenziali. Personalmente l’ho fatto imbattendomi da ieri sera sui social, ove circolano fotografie di pagine di testi di diritto costituzionale a prima vista autorevoli, ma per lo più ingiallite, quindi datate, e fra l’altro non sempre di chiara provenienza. Per capirne di più, ho provato allora a contattare alcuni amici giuristi (un magistrato e quattro avvocati) che mi hanno tutti manifestato incredulità sulla linea tenuta dal Presidente della Repubblica verso un possibile ministro dell’economia. Ma può sempre darsi che chi scrive abbia frequentazioni, a livello dottrinale, poco rappresentative e magari non così autorevoli sul versante del diritto costituzionale.

Il problema è che pure gli specialisti, i costituzionalisti veri, sulla fondatezza del diritto di veto presidenziale esercitato dal Quirinale hanno – per usare un eufemismo – qualche dubbio. Per dire, il costituzionalista Pier Luigi Petrillo, a Tagadà (La7), ha escluso che al Presidente della Repubblica spetti una simile facoltà, mentre per Valerio Onida, professore emerito di Diritto costituzionale alla Statale di Milano ed ex presidente della Corte Costituzionale, Mattarella è «arrivato a interpretazioni della Costituzione che non sono giuste» (MilanoFinanza.it). Come Petrillo e Onida, anche molti altri (Villone, Quagliariello, ecc.) hanno dei dubbi sulla legittimità della condotta quirinalizia delle ultime ore, per criticare la quale, evidentemente, non serve affatto essere leghisti sfegatati, grillini o no vax.

Tuttavia, per andare fino in fondo ho voluto consultare non uno bensì tre differenti manuali di diritto costituzionale di questi anni, e dunque attuali. E devo dire che, purtroppo per il Mattarella fan club, neppure lì ho trovato granché che suffraghi il diritto di veto nei confronti di un ministro. Anzi. Il Caretti-De Siervo lo esclude categoricamente (cfr. Diritto Costituzionale e Pubblico, Giappichelli, 2017, p.243). Sul punto il Barbera-Fusaro è invece più flessibile, ma sottolinea come il fondamento di questo veto sia molto discusso, anche se il premier non potrebbe impuntarsi su un ministro su cui il PdR quel veto pone; ma questa condizione – viene specificato – dipende dalla spinta politica di cui il premier incaricato gode (cfr. Corso di diritto pubblico, Il Mulino, 2016, p.345).

Il terzo manuale consultato, il Barile-Cheli-Grassi, sostiene invece che sarebbe difficile ipotizzare un potere di veto, ma in almeno due casi (Zoli nel ’57 e Spadolini nell’81) sarebbe accaduto qualcosa di simile, anche se non in una forma di aperto veto (cfr. Istituzioni di diritto pubblico, Wolters Kluver- Cedam 2016, p.266). Per quanta stima si possa dunque nutrire per Mattarella, manuali alla mano si comprende come egli avesse pieno diritto di opporre resistenza alla nomina di un ministro, ma il veto, per di più con motivazioni politico-economiche, è tutt’altro paio di maniche. Di qui a parlare di impeachment, sia chiaro, ne passa. Ma pure prima di spellarsi le mani per un veto quirinalizio verso un ministro, magari evocando precedenti che tali non sono, ecco, occorrerebbe un minimo di prudenza.

Giuliano Guzzo

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