Potrei sbagliarmi, ma la sensazione è che la ricorrenza dei venticinque anni dalla strage di Capaci non sarà l’occasione per riflettere su chi sia davvero stato Giovanni Falcone (1939-1992), ma “solo” per commemorare l’icona antimafia. Anche se, appunto, la statura del magistrato palermitano svettava in tanti ambiti, non solo quello della lotta al crimine. Era infatti un magistrato dalle idee innovative e scomode, che gli sono costate il contrasto spietato di tanti che poi, dopo Capaci, nel più becero stile italico hanno preso a osannarlo.

Stiamo infatti parlando di uno che considerava il Csm «una struttura da cui il magistrato si deve guardare» perché preda di «correnti trasformate in cinghia di trasmissione della lotta politica» (la Repubblica, 20/5/1990); uno che credeva nell’autonomia della magistratura ma pensava fosse «giunto il momento di razionalizzare e coordinare l’attività del Pm finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticistica dell’obbligatorietà dell’azione penale e dalla mancanza di efficaci controlli della sua attività» (Convegno di Senigallia, 15/3/1990).

Non solo: Giovanni Falcone – persuaso che il Pm non dovesse «avere nessun tipo di parentela col giudice» – era del tutto favorevole alla separazione delle carriere, anche se si rendeva conto che, a sostenere questa tesi, il rischio era di essere «bollato» come un «nemico dell’indipendenza del magistrato», come uno «desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo» (la Repubblica, 3/10/1991). Come se non bastasse, Giovanni Falcone aveva idee interessanti – e decisamente in anticipo rispetto al suo tempo – anche sulla mafia e sulle modalità di contrastarla

Tanto per cominciare era uno che credeva decisamente poco all’idea – così fertile dal punto di vista editoriale – di una “trattativa” tra Stato e mafia, persuaso com’era che «al di sopra dei vertici di Cosa Nostra non esistono terzi livelli di alcun genere» (La Stampa, 30/7/1989).  Sempre sua, poi, è la firma in una delle prime sentenze – quella del 17 luglio 1987 – che prefiguravano il concorso esterno in associazione mafiosa, reato che tuttavia Falcone avrebbe poi considerato con estrema cautela.

Questo perché, a suo dire, siffatto reato di fatto non aveva «apportato contributi decisivi nella lotta alla mafia. Anzi, vi è il pericolo – continuava – che si privilegino discutibili strategie intese a valorizzare, ai fini di una condanna, elementi sufficienti solo per aprire un’inchiesta»; di qui la chiara denuncia, sempre da parte di Falcone, del rischio di finire «col mescolare nel calderone di Cosa Nostra tutto ciò che può assomigliargli» (La Stampa, 9/9/1991).

Tutte idee, queste, decisamente dissonanti non solo da quelle dei magistrati di ieri, ma anche da quelle degli attuali professionisti dell’antimafia. E forse è proprio per questo che si preferisce ridurre Giovanni Falcone a icona antimafia, perché si sa bene che ricordare la sua reale e complessiva grandezza implicherebbe pesanti autocritiche da parte di un mondo giudiziario e giornalistico che ancora oggi, dopo venticinque anni, di autocritiche non vuole sentir parlare. Neppure alla lontana.

Commetteremmo noi stessi un errore se, fermandoci qui, dimenticassimo che l’eredità di Falcone non è fatta solo di idee di sulla giustizia ma anche, anzi soprattutto, di ideali di giustizia. Ideali che gli facevano dire che, anche se «dovremo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata», lo dovremo fare «per lungo tempo», certo, ma «non per l’eternità: perché la mafia – diceva – è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine» (“Cose di Cosa nostra”, Rizzoli 1991, p. 154).

Giovanni Falcone aveva insomma capito che il vero problema, oggi, è che, più che sconfitti dalla realtà che contrastano, molti sono rassegnati dalla realtà che hanno dinnanzi; aveva capito che nella vita per vincere non serve vedere necessariamente prevalere i propri ideali, ma è fondamentale averne cura, testimoniarli, salvarli dalle pozzanghere della delusione. Per questo, in fin dei conti, è stato ucciso. E per questo, dopo un quarto di secolo, continua indiscutibilmente a vivere.

Giuliano Guzzo

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