L’esplosione di lunedì sera nel foyer della Manchester Arena si è portata via ventidue vite umane, diverse delle quali di giovanissimi, inclusa una bambina di appena otto anni, ma – per quanto grande e comprensibile sia ora la commozione – rischia comunque di lasciarci, come popolo e come Europa, illusioni pericolose che da troppo tempo continuiamo a cullare. La prima è l’illusione che tutto, prima o poi, passi; così, da sé, a colpi di incoraggiamenti, retorici inviti al dialogo e, soprattutto, senza la piena presa di consapevolezza di una guerra in corso. Attenzione, però: non la guerra del mondo occidentale contro il terrorismo, ma contro se stesso.

Se le armate jihadiste 2.0 risultano oggi così penetranti e distruttive nelle nostre città – da Parigi a Londra, da Berlino a Manchester, appunto – è semplicemente perché glielo si concede. Come? Anzitutto, coltivando il sogno di un’Europa secolarizzata e multiculturale, il che nei fatti non solo non ostacola, ma è una strepitosa risorsa del terrorismo. E’ infatti qui, da noi e non nei Paesi dei bigotti e populisti immaginari, che l’Isis arruola molti più miliziani che altrove. Non è una provocazione, si badi, bensì un’evidenza: l’indice di radicalizzazione jihadista – calcolato considerando il numero di foreign fighter per milioni di abitanti di fede mussulmana – vede oggi il Regno Unito (ma anche Belgio e Francia) fucina di terroristi superiore a Paesi come la Libia o il Marocco.

Questo perché, come hanno potuto appurare analisi specialistiche, «il fenomeno dei foreign fighter non è il prodotto di società islamiche povere o repressive come spesso si dice, anzi la propensione è molto più elevata in società libere, democratiche e benestanti» (AA.VV. I Foreign fighter europei. Contributi per una riflessione strategica, Centro Alti Studi Difesa/Centro Militare di Studi Strategici, Roma 2015, p. 47). L’illusione che l’incubo terrorismo, in Occidente, svanisca da sé o grazie «maggiore integrazione» – paroline magiche del frasario politicamente corretto – è dunque destinata a infrangersi il giorno che si capirà che siamo noi stessi, l’Europa stessa, a favorire il materializzarsi di simili, orrendi scenari.

Se siamo a questo punto è difatti grazie ad un Europa che da una parte esporta – o aiuta a esportare – la democrazia con le bombe, e dall’altra, in nome di una filantropia cieca e scriteriata, ritiene che l’accogliere tutti gli immigrati possibili sia un dovere morale; che da un lato – benché le tre più mortifere sigle terroristiche mondiali siano di matrice islamista (cfr. Annex of Statistical Information, Country Reports on Terrorism, 2016) – rifiuta di riconoscere connessioni, anche remote, tra la religione mussulmana, specie di corrente sunnita, e il cancro terroristico, e dall’altro rigetta il più possibile le proprie radici cristiane, senza rendersi conto che a queste condizioni la sospirata integrazione, molto semplicemente, non è possibile. Punto.

La seconda illusione di cui faremmo bene a sbarazzarci, infatti, è proprio questa: che integrare i potenziali terroristi, disinnescando per tempo il loro odio, sia cosa sempre possibile. Come se non fosse proprio nell’Occidente prospero, laicizzato e tollerante – come si diceva poc’anzi – che l’Isis ha visto crescere vertiginosamente la propria forza. Prendete l’Inghilterra: ospita circa 3 milioni di mussulmani, è un Paese avanzatissimo sotto molti punti di vista, col sindaco della capitale di fede islamica, eppure, purtroppo, insanguinato dal terrore; nel caso di Manchester ad opera di un giovane di origini libiche, ma britannico. Possiamo quindi davvero rilanciare la filastrocca dei muri da abbattere, della urgente «maggiore integrazione» e dell’islamofobia, senza provare un po’ di vergogna?

Il terzo e ultimo pensiero illusorio da cui, come europei, faremmo bene a sbarazzarci al più presto è che l’Europa possa tornare sicura solo grazie ad un coordinamento tra politici, servizi segreti e forze dell’ordine. Intendiamoci: tutto ciò certo necessario – urgentissimo, direi -, ma non sufficiente. La prima medicina di cui abbiamo bisogno è un’altra, ed è spirituale. Perché non possiamo nasconderci il fatto che l’Europa stretta nella morsa del terrorismo non è quella di sempre, bensì un Vecchio Continente che non ama la propria gloriosa storia, che non fa figli, che non prega. Questo chi vuole distruggerci lo sa benissimo, per questo conta di annientarci anche se siamo militarmente molto superiori.

Concludo condividendo la notizia che proprio a pochi chilometri da Manchester, alla Saint Thomas in Werneth a Oldham, pare non vi sia neanche uno studente – non uno -, oggi, disposto a definirsi «cristiano». E che c’entra mai questo, ribatteranno i soliti cervelloni dalla lingua lunga e dalla vista corte, suvvia. C’entra eccome, invece. E’ un indizio simbolico, ma pur sempre un indizio, del declino da cui spiritualmente e demograficamente siamo, se uomini, chiamati a ribellarci. Poi però leggi i commenti di quelli secondo cui l’Occidente e l’Europa ce la faranno perché hanno la libertà, i diritti civili e il progresso, e vieni subito visitato dal dubbio che qui forse, più che una rinascita, occorra proprio un miracolo.

Giuliano Guzzo

******

«Un passo gigantesco oltre la sociologia» (Tempi)

«Bellissimo libro» (Silvana de Mari, medico e scrittrice)

«Un’opera di cui ho apprezzato molto l’ironia» (S.E. Mons. Luigi Negri)

Ordinalo in libreria oppure acquistalo subito su Amazon

Annunci