A Eugenio Scalfari la religione piace, non c’è dubbio. Diversamente, non si spiegherebbe il suo continuo misurarsi con l’argomento, intensificatosi con l’elezione di papa Francesco, che il fondatore della Repubblica ha intervistato più volte. Tuttavia passione non fa per forza rima con competenza, quindi occuparsi di temi poco conosciuti comporta il rischio di papere. Una considerazione del tutto elementare, ma che a Scalfari non dev’essere molto chiara. Altrimenti non continuerebbe, come fa, a scrivere di cristianesimo collezionando piccoli e grandi errori. L’ultima perla religiosa Barbapapà l’ha regalata ai lettori a Pasqua, quando nel suo intervento domenicale ha scritto che il Papa «recentemente ha addirittura creato una nuova definizione del Dio unico che è la “novella” di sua Santità: lo chiama Dio Amore».

Ora, per quanto papa Bergoglio sia rivoluzionario – e con tutto il rispetto che si deve ad un vate del giornalismo quale è il Nostro -, come si fa ad affermare una cosa simile? Che Dio sia amore lo aveva ricordato ben prima di Francesco papa Raztinger, la cui prima enciclica, alcuni lo ricorderanno, si intitolava proprio così: Deus caritas est. Dio è amore. Una definizione per nulla originale e tramandata da oltre due millenni, essendo scolpita nel Nuovo Testamento: «Noi sappiamo e crediamo che Dio ci ama. Dio è amore, e chi vive nell’amore è unito a Dio, e Dio è presente in lui» (prima lettera di Giovanni, 4,16). Com’è possibile che un maestro di giornalismo come Scalfari non solo ignori una notizia che circola da duemila anni, ma arrivi a rifilarla ai propri lettori sostanzialmente come scoop?

E’ una bella domanda. Anche se il Nostro non è affatto nuovo, come si accennava poc’anzi, a ricostruzioni molto originali, per usare un eufemismo, della storia del cristianesimo. Anni fa per esempio scrisse, non si sa bene poggiandosi a quali basi, che nel presepe vicino al Bambino, accanto all’asino, anziché il canonico bue, vi sarebbe stata «una mucca» (L’Espresso, 10.1.2008). Un’altra chicca che il decano del nostro giornalismo, pochi mesi fa, ha affidato ai lettori del suo quotidiano è stata quella secondo cui gli apostoli «erano tredici» (17.12.2016). Ma se la misteriosa mucca nel presepe e il tredicesimo apostolo possono strappare un sorriso, decisamente più seria è la sottolineatura del fondatore della Repubblica quando scrive che papa Francesco «di fatto ha abolito il peccato» (29.12.2013).

Una considerazione che fa sorgere a tutti un dubbio: esistono due papa Francesco? Forse sì. Uno è quello che Eugenio Scalfari crede di conoscere, l’altro è quello che almeno due volte, nei mesi precedenti all’annunciata abolizione del peccato, ha affermato l’opposto. La prima volta è stato ad ottobre, quando il sommo pontefice in un’omelia ha ammonito: «Alcuni dicono: “Ah, io mi confesso con Dio”. Ma è facile, è come confessarti per e-mail, no? Dio è là lontano, non c’è un faccia a faccia, non c’è un quattrocchi» (25.10.2013). Come se non bastasse, neppure un mese dopo papa Francesco ha rincarato la dose: «Anche i sacerdoti devono confessarsi, anche i Vescovi: tutti siamo peccatori. Anche il papa si confessa ogni quindici giorni, perché anche il Papa è un peccatore» (20.11.2013).E questo sarebbe abolire il peccato? Bah.

Sbaglierebbe tuttavia chi pensasse che le tesi singolari, diciamo così, di Scalfari siano solamente quelle di carattere religioso. Qualche anno fa uscì un libro molto interessante dello studioso Francesco Bucci intitolato Eugenio Scalfari – L’intellettuale dilettante (Dante Alighieri, 2013), che evidenziava parecchie stranezze. Quando per esempio Scalfari indossa le vesti di filosofo ed intellettuale, segnalava Bucci, da una parte colloca Michel de Montaigne, pensatore rinascimentale imbevuto di cultura classica, fra i padri della modernità e del relativismo, e, dall’altra, contraddicendosi, vede Hegel al tempo stesso come simbolo e contrasto alla modernità e fa combaciare, dulcis in fundo, relativismo e Illuminismo, disorientando tutti i lettori provvisti anche solo di un’infarinatura di storia del pensiero filosofico.

Quanti dopo aver letto Scalfari non sanno spiegarsi il perché della presenza di tredici apostoli, di una mucca nel presepe e della “nuova” definizione di Dio come amore, insomma, possono stare tranquilli: non è colpa loro. E’ il fondare della Repubblica ad essere fatto così. Troppo superiore per studiare gli argomenti su cui pontifica e su cui, evidentemente, siamo noi comuni mortali ad aver capito poco. Non c’altra spiegazione.

Giuliano Guzzo

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