Non l’eccessiva velocità, come si ripete da decenni, ma una manovra errata del timoniere sarebbe stata all’origine della sciagura del Titanic, costata la vita ad oltre 1500 passeggeri. Dopo la teoria, sostenuta da Robin Gardiner, secondo cui dietro l’affondamento del transatlantico vi sarebbe stata addirittura una frode assicurativa, e dopo le voci che vogliono la nave della White Star Line silurata dal missile d’un sommergibile, mesi addietro è emersa un’altra verità alternativa alla versione ufficiale. A sostenerlo, negli anni scorsi, è stata Lady Louise Patten, nipote di Charles Lightoller, secondo ufficiale del Titanic sopravvissuto alla sciagura, il quale avrebbe raccontato apertamente, tra le mura domestiche, una storia un po’ diversa da quella del gigantesco iceberg sbucato da nulla e impossibile da evitare per una nave di 270 metri ma provvista d’un timone, com’è stato accertato, troppo piccolo e inefficiente.

Secondo Lady Patten il Titanic sarebbe affondato perché Hitchins, il timoniere, quando il primo ufficiale William Murdoch avvistò l’iceberg e diede l’ordine di virare, preso totalmente dal panico girò la nave dalla parte sbagliata. Una versione, questa, che sarebbe stata tenuta volutamente nascosta fino ad oggi per ragioni, manco a dirlo, economiche: se resa nota a ridosso del disastro avrebbe infatti mandato sul lastrico la compagnia White Star Line, proprietaria della nave. Anche perché in prima classe, a bordo del transatlantico in quel fatidico aprile 1912, i potenti non mancavano: c’erano il milionario John Jacob Astor e consorte, la contessa di Rothes, il colonnello Archibald Gracie, l’attrice Dorothy Gibson, il ricchissimo Benjamin Guggenheim, la stilista Lady Lucile Duff Gordon, i coniugi Strauss, proprietari dei magazzini Macy’s. La crème de la crème, insomma.

La tesi dell’errore umano, dunque, appare credibile. A differenza di tutta una serie di leggende che, per quanto curiose, rimangono tali e del tutto prive di riscontri. La più assurda tra queste vuole che non solo l’affondamento, ma pure la stessa costruzione del Titanic sia stata oggetto di un complotto. Dietro al quale ci sarebbero stati i Gesuiti, interessati, con la complicità di Edward Smith, Capitano della nave a sua volta affiliato alla setta assassina, a togliere di mezzo i già citati potenti Astor, Guggenheim e Strauss, tutti scomodi oppositori della Federal Reserve System, che sarebbe stato istituito di lì a poco, nel dicembre 1913. E che avrebbe aiutato finanziariamente i Gesuiti, guarda un po’, ad accendere la miccia della Prima Guerra Mondiale. Ora, non occorre esser estimatori dei gesuiti per capire quanto queste siano fandonie galattiche, che nemmeno il più ispirato Dan Brown avrebbe potuto inventare.

Tuttavia, se non dei misteri veri e propri, quanto meno delle ombre e delle coincidenze curiose, nella tragedia del Titanic, ci sono. Il primo dei misteri riguarda una nave fantasma che numerosi naufragi del transatlantico videro all’orizzonte la notte dell’affondamento senza che questa, inspiegabilmente, accorresse a prestare loro soccorso. E dire che pareva vicina, molto vicina. Tanto che gli ufficiali Boxhall e Rowe tentarono di inviare segnali dapprima col faro e poi coi razzi. Tutto inutile: la misteriosa imbarcazione rimase lontana e indifferente. Gli storici son convinti che si trattasse della nave Californian, che in quelle ore notturne pare sostasse nei paraggi a macchine ferme per timore dei ghiacci. E le ragioni per cui quella nave non si mosse verso il Titanic sarebbero due: l’oggettiva impossibilità di stabilire contatti, dovuta al sonno dell’operatore radio della Californian, stremato dalle dodici ore lavorative quotidiane, e il mancato riconoscimento delle segnalazioni lanciate anche via razzo dal transatlantico in difficoltà.

Dal momento però che i razzi partiti dal Titanic avrebbero dovuto essere assolutamente visibili, la mancata risposta della Californian si può spiegare solo in due modi: o, come qualcuno suppone ricordando come i razzi in questione fossero colorati e non bianchi, l’allarme lanciato dalla nave della White Star Line è stato scambiato per un’esibizione pirotecnica, oppure la nave misteriosa era un’altra. Pare, a questo proposito, che nel corso degli anni molte persone si siano fatte avanti dichiarando d’essere state, quella notte, a bordo della misteriosa nave, il Samson, un veliero norvegese che pare stesse navigando illegalmente nell’area. Ma la verità sulla nave misteriosa, di fatto, pare ormai irraggiungibile.

Quanto alle coincidenze, la più impressionante riguarda una premonizione del disastro scritta con quattordici anni di anticipo; nel 1898 uscì un romanzo dal titolo Futility, or the Wreck of the Titan, nel quale l’autore, Morgan Robertson, descrisse la storia di un transatlantico, il Titan, considerato inaffondabile, che nel mese di aprile finì in rotta di collisione con un iceberg nel Nord Atlantico per poi affondare in poche ore nottetempo. Le coincidenze non finiscono qui: Robertson descrisse il Titan come una nave di 45.000 tonnellate (quelle del Titanic erano 46.328), provvista di 3 eliche (come quelle del Titanic), in grado di navigare a 25 nodi (il Titanic raggiungeva i 24) e penalizzata (come il Titanic) da un numero insufficiente di scialuppe. Impressionante, vero?

Ma la verità sull’affondamento del Titanic, sulla quale circolano, oltre a quelle ricordate, altre affascinanti leggende, è un’altra, ed è quella raccontata Lady Louise Patten. Almeno in parte. Perché l’errore umano più grande non è stato commesso né dal timoniere Hitchins, né da Lightoller o da altri marinai del transatlantico. Il vero errore, infatti, è stato forse un altro. E cioè costruire un colosso d’acciaio lungo come tre campi da calcio e crederlo inaffondabile. La presunzione umana: è stata questa la prima ragione per cui quell’incredibile imbarcazione, ancora prima di salpare da Southampton, aveva in qualche modo il destino già segnato. Quel giorno, alla partenza dalla costa inglese, un marinaio della nave disse alla signora Caldwell, una passeggera:”Nemmeno Dio potrebbe fare affondare questa nave”. Quattro giorni dopo, quel marinaio, cambiò idea.

Giuliano Guzzo

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