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Il tema dell’utero in affitto, giustamente, viene spesso affrontato anzitutto in chiave etica e morale. Gli atteggiamenti di approvazione così come quelli di forte contrarietà a questa pratica – eufemisticamente definita “gestazione per altri” o “maternità surrogata” – vengono così a formarsi quasi sempre a prescindere dal contributo scientifico all’argomento, che è recentissimo ma non certo inesistente. Vale dunque la pena esplorarlo sinteticamente partendo dalla domanda più elementare ma al tempo stesso, a ben vedere, più importante: quali sono le conseguenze che la pratica dell’utero in affitto comporta sulle donne e sui bambini?

Iniziando dalle madri, si può osservare come la ricerca su questo delicato quanto discusso ambito appaia al momento particolarmente lacunosa e lontana dal concederci la possibilità di trarre conclusioni di carattere definitivo. Tuttavia che la cosiddetta “gestazione per altri” per le donne che vi si sottopongono non sia affatto una passeggiata è dimostrato un fatto, e cioè che non di rado sono le stesse agenzie che lucrano sul mercato dell’utero in affitto a sottolineare la necessità di un sostegno psicologico per le donne che accettano di collaborare con loro; una necessità, del resto, suffragata, appunto, anche dalla letteratura scientifica (cfr. J of Social Issues, 2005).

E per i figli? Si può affermare – anche sorvolando sull’assolutamente non trascurabile versante etico – che su di loro le procedure di maternità surrogata e la consapevolezza di essere nati, appunto, mediante il ricorso all’utero in affitto sia indifferente rispetto a quanti sono nati mediante concepimento naturale? Apparentemente sembra di sì, nel senso che nessuno sembra parlare di qualsivoglia rischio per questi bambini e – esattamente come avviene per i figli che vivono in coppie composte da persone dello stesso sesso – la tendenza politically correct, è quella, apparentemente suffragata da alcune ricerche, della prudenza più assoluta.

Tuttavia, anche in studi dove si è esaminato l’impatto della maternità surrogata sulle relazioni madre-bambino, se da un lato – considerando per esempio tre diversi contesti familiari venutisi a comporre rispettivamente attraverso maternità surrogata, ovodonazione e concepimento naturale – non sembra siano state rilevate significative differenze negli atteggiamenti materni e in quelli del bambino, dall’altro l’interazione madre-figlio è apparsa qualitativamente inferiore nei contesti familiari diversi da quelli dove il concepimento è avvenuto naturalmente (Cfr. Devl Psychol, 2011).

E’ altresì interessante osservare come gli studi sugli effetti che la procedura maternità surrogata ha sul bambino e la famiglia – i cui esiti generali, come detto, a prima vista non sembrano evidenziare elementi preoccupanti – presentino, ad uno sguardo attento, molte curiosità. Tanto per cominciare sono quasi tutti effettuati dal medesimo team, quello guidato da Susan Golombok (Cfr. Hum Reprod, 2006; Fertil Steril, 2006; Hum Reprod, 2005; Dev Psychol, 2004), autrice – guarda caso – anche di report che sdoganerebbero le “famiglie omosessuali”: tutto ciò, se a priori nulla toglie alla loro attendibilità, tuttavia non può certo far parlare di consenso unanime del mondo scientifico su questa recentissima frontiera di ricerca.

Le ricerche in questione sono difatti tutte viziate da un problema metodologico che gli statistici conoscono come errore di tipo II, ovvero l’incapacità di riconoscere una differenza tra due gruppi quando la differenza esiste. La causa risiede nella bassa numerosità del campione che conferisce insufficiente potenza statistica allo studio. Ad esempio, in uno studio pubblicato nel 2012 sul Journal of Child Psychology and Psychiatry i figli sono stati valutati mediante il test Strengths and Difficulties Questionnaire [SDQ] in base al quale a punteggi più elevati corrispondono maggiori difficoltà. Ebbene, mentre i figli cresciuti dai genitori biologici avevano a 10 anni un punteggio medio di 4.88, quelli ottenuti mediante maternità surrogata e donazione di gameti ricevevano rispettivamente 5.95 e 6.00.

Poiché la differenza non risultava statisticamente significativa gli autori e i commentatori hanno concluso che non esiste alcuna differenza. Ma fare questo è scientificamente scorretto, dato che questi dati sono stati originati da una casistica rispettivamente di 53, 30 e 31 soggetti. Se gli stessi numeri si mantenessero aumentando la casistica (con questi numeri sarebbe bastato incrementare la casistica a 103 soggetti), la peggiore condizione dei bambini ottenuti da utero in affitto e cessione di gameti risulterebbe evidente ed altamente significativa. Inoltre c’è da dire che si tratta di lavori che mediamente considerano il benessere dei figli fino a circa dodici anni: d’accordo, ma dopo? Chi assicura che in costoro nessun trauma, magari profondo, possa presentarsi?

Non certamente queste ricerche nelle quali, fra l’altro, l’effetto che la scoperta della propria storia nei figli della maternità surrogata – com’è stato giustamente osservato da alcuni studiosi – non viene minimamente considerato come fattore di controllo: il che è tutt’altro che marginale dal momento che è proprio questo aspetto che, una volta emerso, potrebbe determinare pesanti effetti sull’equilibrio di questi giovani (Cfr. Bioeth Res Not, 2007). Non meno rilevante, anzi, è poi la già accennata questione della formazione dei campioni delle succitate ricerche – tutt’altro che casuali e rappresentativi – sulla base dei quali non è possibile, anche per ragioni di ampiezza, effettuare alcuna generalizzazione che consenta di mettere fra parentesi l’importanza, per un figlio, di crescere coi propri genitori biologici, madre e padre.

Si osservi che questa è una criticità della quale debbono rispondere in primo luogo coloro che sostengono la natura altruistica e del tutto innocua dell’utero in affitto: spetta a loro e anzitutto a loro, infatti, suffragare le loro tesi con riscontri scientifici che possano avere quel minimo di plausibilità generale in assenza della quale è più che legittimo continuare a ritenere la cosiddetta “gestazione per altri”, oltre che una somma ingiustizia, una enorme violenza.

(Guzzo G. – Puccetti R. “La Croce”, 19.12.2015, p.1)

giulianoguzzo.com

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