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Mi sono mancate le parole, stanotte, mentre osservavo Parigi ferita, disseminata di cadaveri e paura, presa per il collo dalla follia omicida di chi sparava sulla gente al grido – purtroppo inequivocabile – di «Allah Akbar!». Una sensazione di gelida impotenza che prima sperimentai solo una volta, alcuni  anni fa, quando fui come tantissimi altri testimone televisivo del secondo schianto aereo sulle Torri Gemelle: anche allora, come in queste ore, vedere una grande città simbolo dell’Occidente nelle mani dei professionisti del Terrore mi ha lasciato sgomento, senza parole, preda di un senso di vulnerabilità impossibile da distinguere dalla sorella maggiore, la Paura.

Le parole mi sono mancate e non mi sono più tornate quando, con centoventotto morti e duecentocinquantasette feriti, i numeri del massacro sono diventati definitivi come la certezza che non si sia trattato solo di un brutto incubo. Ciò nonostante, quando ancora il bilancio delle vittime dell’orrore era provvisorio, c’era già, da noi, chi tuonava contro Matteo Salvini, il titolone di Libero, le pagine di Oriana Fallaci (1929-2006) Assurdo: la stessa compagine che ieri, davanti alla dimora discutibile di un cardinale, non si preoccupava di vedere generalizzati pregiudizi sulla Chiesa, prima ancora di addolorarsi quanti giacciono a terra esanimi oggi s’improvvisa avvocato dell’Islam. A tanto – ahinoi – ci sta portando il disprezzo per la nostra civiltà: alla difesa aprioristica delle altre.

Peccato che in Francia non governi la Lega Nord. Peccato che i francesi non siano governati da Borghezio ma da monsieur Francois Hollande. Peccato che Parigi, insomma, non sia Pontida e tutte le responsabilità di parti minoritarie del mondo occidentale che nel recente passato hanno collaborato, in qualche caso pure armandoli, con i fondamentalisti islamici non possano cancellare quel grido che è risuonato chiarissimo tra le vie di una Parigini sconvolta: «Allah Akbar!». Si può cioè sostenere una nostra corresponsabilità nell’incapacità non solo di non aver risolto il problema ma di averlo alimentato, ma da qui a teorizzare che il fondamentalismo islamico sia una messinscena dei servizi segreti o Islam inesistente, converrete, ne passa.

Le parole che ora mi mancano sono dunque destinate a non tornarmi fino a che fra noi – e temo servirà tempo – l’incertezza non lascerà spazio alla lucidità. Perché se non siamo neppure, come civiltà, in grado di riconoscere un evidente stato assedio, come si può chiedere all’Islam di fare i conti con se se stesso? Del resto il fondamento teologico, per così dire, del terrorismo islamico non sono i nostri pregiudizi, che pure ci saranno, bensì una rilettura ideologica della jihad che così – insegnano specialisti come Renzo Guolo – diventa «davvero una “guerra santa” nel suo molteplice aspetto d’epurazione e guerra civile, esperienza mistica ed evento politico-militare» (Il fondamentalismo islamico, Laterza, Roma-Bari 2002, p. 27).

Capito? Per i robot della morte che hanno insanguinato Parigi questa «è davvero una “guerra santa”» alla quale occorre iniziare a rispondere. Come? Intellettualmente ammettendo che le cose stanno così, politicamente smettendo di essere diffidenti verso l’unico Paese – la Russia – che in mezzo a tanti chiacchieroni sta mostrando davvero i muscoli all’Isis. Poi sarà doveroso discutere, distinguere, precisare ma ora, oltre alle preghiere per le vittime e i loro familiari, serve anzitutto riconoscere che il conflitto è in corso. Altrimenti chi stanotte strillava «Allah Akbar!» tornerà in azione più forte di prima perché consapevole, con la nostra Ragione eclissata, di aver già superato il nemico peggiore.

giulianoguzzo.com

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