valentino

 

 

 

 

 

Si può vincere anche quando si perde? Ho sempre diffidato di un simile dilemma ritenendolo poco più di un contentino, l’ultimo dolcificante di non ha altra possibilità se non quella di filosofeggiare sulla sconfitta. La conclusione dell’ultima gara del campionato di motociclismo di ieri, però, mi costringe a ricredermi e a considerare l’epilogo del Mondiale di Valentino Rossi – anche se non equivale chiaramente a una vittoria – qualcosa meno di una sconfitta. Il Dottore ha difatti realizzato quanto sportivamente doveva e poteva mentre altri – non occorre fare nomi – hanno fatto quanto potevano ma quanto sportivamente non dovevano, preferendo sacrificare l’onore sull’altare dell’invidia.

Il campione di Tavullia si è così trovato davanti, come temeva, un avversario imprevisto e senza il quale, nonostante la partenza in fondo al gruppo, avrebbe potuto forse giocarsi ancora un mondiale che aveva onestamente dominato dall’inizio. Come siano andate le cose è sotto gli occhi di tutti e non può non dispiace vedere giovani – e talentuosi – motociclisti abbassarsi, con la loro condotta, sotto il limite della decenza arrivando perfino a competere non più per evitare la loro sconfitta ma per propiziare quella altrui: è il rovesciamento della lealtà sportiva, lo spirito della competizione tradito da rivalità talmente aspre da sconfinare nel dispetto come metodo. Brutto, davvero brutto.

Lo stesso Jorge Lorenzo, anche se non può ammetterlo, si porta a casa un Mondiale low cost, che dei suoi è senz’altro il più indimenticabile ma pure il meno applaudito. Chi gli vuole bene può solo augurargli di vincere ancora, stavolta però al di là del sospetto di aiuti che, ancorché non richiesti, quest’anno hanno certamente avuto i loro effetti in un campionato del mondo che, almeno nell’ultima fase, a molti è parso condizionato, quasi truccato. Lo spagnolo della Yamaha ha già dimostrato di saper vincere limpidamente e riesce difficile credere che i coni d’ombra che trafiggono quest’annata in fondo non gli pesino.

In tutto questo consola però quanto Valencia ci ha mostrato, vale a dire un Valentino Rossi scatenato, mai domo, seriamente deciso a tentare l’impossibile. Un’autentica lezione di classe e orgoglio che chi ha seguito la gara si porterà nella memoria come invito a non mollare, a non farsi travolgere da situazioni ostili e a giocare fino all’ultimo le proprie carte. Che poi la partita può anche non finire bene, ma vuoi mettere il gusto di esserci stati, di non essersi arresi, di aver perfino tentato, nella mischia, la rimonta delle rimonte? Si chiama fegato, signori. E il Dottore, che avrebbe età e trofei e per salutare, ha dimostrato di averne ancora da vendere. Giù il capello.

giulianoguzzo.com

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