Fetos

 

 

 

 

 

Spazientita per i tempi di approvazione delle unioni civili, e forse anche delusa dall’esito del Sinodo sulla famiglia, l’associazione Famiglie Arcobaleno ha deciso di lanciare la campagna #figlisenzadiritti per chiedere che i tentennamenti su ddl Cirinnà e stepchild adoption siano superati in fretta. Ora, anche sorvolando sul merito di una simile iniziativa – e sui «più di centomila i bambini nati all’interno di una famiglia omogenitoriale», stima ripetuta ossessivamente ma non realistica -, bisogna dare atto a Famiglie Arcobaleno d’aver scelto uno slogan significativo. Non è infatti difficile, anche per chi ha idee ben diverse, riconoscere come in Italia, quella dei #figlisenzadiritti, sia a tutti gli effetti sia una emergenza. La dimostrazione più lampante è senza dubbio quella dell’aborto volontario: che diritti ha un figlio in uno Stato che ne autorizza la soppressione prima della nascita? Ha forse diritti un bambino alla cui madre le Istituzioni mettono gratuitamente a disposizione la possibilità di abortire ma non concedono, se non con ridicole forme di aiuto, alcun supporto tangibile e duraturo nel caso in cui decida di portare a termine la gravidanza? Per non parlare del divorzio. Che fine fanno i diritti di un figlio che, con la rottura coniugale, sperimenta un alto rischio di crescere con un solo genitore, evento che triplica la probabilità di scarso rendimento scolastico, raddoppia quella di disturbi psichici e accrescere pure quella di tentazioni suicide (International Journal of Law, Policy and the Family, 1998; Demography, 1990; Psychiatry Research, 2011)? Non è chiaro.

Tanto più che il nostro Parlamento, dimostrando fantastica lungimiranza, anziché arginare il fenomeno ha pensato bene – introducendo il “divorzio breve”, riforma che ovunque ha incentivato il precariato affettivo -, di aggravarlo. Sarebbe bello che Famiglie Arcobaleno, se davvero come associazione ha a cuore il destino dei figli, si occupasse anche di questo. Così come sarebbe bello che – esercitando sana autocritica – capisse che i diritti di un figlio privato ab origine, attraverso l’utero in affitto, di cui la stepchild adoption è più che un assist, della figura materna o di quella materna nel momento in cui a questa pratica fa ricorso una coppia di persone dello stesso sesso, sono barbaramente calpestati. Perché non c’è neppure bisogno, a ben vedere, di avventurarsi nella letteratura scientifica, fra l’altro costellata di “studi” assai opinabili, per riconoscere che papà e mamma non sono una concessione dello Stato, ma un diritto che solo la barbarie – ancorché avvolta in elegante veste giuridica e magari pure suffragata da pronunciamenti favorevoli di tribunali (argomento che oggi convince molti ma che un tempo fortunatamente non scoraggiò chi si batteva contro la schiavitù, anch’essa ben supportata, allora, da autorevoli sentenze) – può negare. Ecco, credo che se ci si soffermasse su questi tre fondamentali diritti – quello alla vita, all’unità familiare e a padre e madre – così sovente negati ai figli, non sarebbe difficile comprendere come ddl Cirinnà e stepchild adoption non siano parte della soluzione, bensì del problema. Una constatazione talmente agevole e elementare che non abbisogna di fede alcuna, ma solo di buon senso; anche se, coi tempi che corrono, è già dire moltissimo.

giulianoguzzo.com

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