Chiesa

 

 

 

 

 

 

Sui funerali di Vittorio Casamonica si può pensare tutto perché di tutto, com’è evidente, è accaduto. Ciò che invece appare avvilente perché strumentale è insistere sul parallelo fra i funerali del capoclan e la vicenda che ebbe per protagonista Piergiorgio Welby, accostando così due situazioni molto particolari e molto diverse. Detto questo – e precisato che non se ne sarebbe scritto se fior di cervelloni, da Roberto Saviano a Saverio Tommasi, non si fossero avventurati nel paragone -, urge un breve ripasso su aspetti che, evidentemente, risultano ancora poco chiari, a distanza di anni, a larga parte della galassia anticlericale e pure ad una parte di credenti critica nei confronti di regole che, a ben vedere, sono vigenti e chiarissime da un bel po’ di tempo. Trattasi, in estrema sintesi, di tre aspetti.

a) Le esequie religiose non si danno in base a meriti terreni (per fare un esempio di logica evangelica, l’unico cui Gesù, che di certo incontrò gente più raccomandabile, assicurò il paradiso, ancorché pentito, fu un ladrone). b) La negazione dei funerali all’attivista radicale, stabilita dal vicariato, fu originata sia dalla sua volontà, fino all’ultimo perseguita, di morire in contrasto con la dottrina (CCC 2276-2283;2324-2325), sia da ragioni di opportunità, tenuto conto della visibilità che l’uomo si guadagnò proprio rivendicando il diritto di morire. c) La Chiesa se da un lato negò, con scelta sofferta, i funerali, dall’altro – alla faccia della mancanza di pietà – raccomandò pubblicamente Welby alle preghiere dei fedeli, dettaglio non trascurabile se si pensa che vi possono essere casi, per esempio i peccatores manifesti, per i quali pure i suffragi pubblici possono essere negati (Can. 1185).

Se queste sintetiche ma speriamo chiare spiegazioni di cose che avrebbero già dovuto essere note possono bastare – e c’è da augurarsi di sì -, la prossima volta che verranno celebrati i funerali di persone con pessima reputazione, magari in quella stessa chiesa, si potranno pure sollevare tutte le perplessità di questo mondo ma lasciando finalmente stare chi all’altro mondo c’è già andato, ed ora – per chi crede – potrebbe abbisognare ancora di preghiere e, anche verso chi non crede, ha comunque diritto a silenzio e rispetto e a non finire, anche da morto, in polemiche strumentali da quattro soldi o centomila “mi piace”; anche se quasi sempre, specie ultimamente, le due cose coincidono.

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