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E’ ufficiale: Homer e Marge Simpson, una delle coppie in assoluto più longeve della televisione americana e non solo, si lasceranno. Accadrà nel corso della ventisettesima stagione del celebre cartone animato molto amato anche da noi, e la ragione dell’addio sarà – pare – il fatto che Homer si innamorerà di una farmacista. Per la verità a lui era già capitato, in un episodio del 1993, d’invaghirsi di un’altra, salvo poi pentirsi e tornare dalla moglie; stavolta però la tentazione, a quanto pare, avrà la meglio sul senso del dovere. Peccato, peccato davvero. Non solo perché ventisette anni non sono pochi, ma perché alla famiglia Simpson – caricaturale e ideale insieme, pasticciona ma alla fine sempre unita – eravamo tutti quanti, in un modo o nell’altro, abituati.

Era bello, dopo mille disavventure, sapere Homer sempre perdonato da Marge e prima vederlo sempre, supplicante, alla ricerca di quel perdono. Era bello, insomma, assistere al loro puntuale ritrovarsi e non sarà semplice abituarsi a una famiglia Simpson a metà, come da decenni tocca già a troppi figli. Da questo punto di vista la separazione fra Homer e Marge non sarà nulla se non un triste adeguamento ai tempi, a quello spaventoso precariato affettivo che mina anche i matrimoni apparentemente più solidi, esattamente come questa maledetta crisi economica ha messo in ginocchio anche tante aziende storiche. Solo che della maledetta crisi economica tutti – giustamente – si lamentano, mentre del precariato affettivo che sventra indistintamente giovani coppie e famiglie unite da decenni si fatica ad accorgersi.

Peggio: ce ne accorgiamo, ma anziché chiamare questo disastro con il suo nome lo spacciamo per cambiamento, per trasformazione inevitabile. Accade così che, appunto, la fine dell’amore fra Homer e Marge possa passare come una stimolante novità, mentre invece è quanto di peggio possa verificarsi in una coppia: il tramonto del “per sempre”, un fallimento, una promessa che svanisce fra le pieghe della stanchezza e di nuovi, apparenti sentieri. Sempre che non accada qualcosa. Sempre che lui, dopo un po’, lui non ci ripensi. Ogni tanto capita, nella realtà e pure nei film: ne Il papà di Giovanna (2008), meravigliosa pellicola di Pupi Avati, dopo tanti anni, all’uscita d’un cinema accade come per miracolo che una madre ritrovi la figlia e il marito decidendo di unirsi a loro.

Ora, noi proprio non sappiamo cosa passi nella testa dei produttori del cartone animato che dal 1987 ad oggi ha fatto compagnia a milioni di giovani, che hanno trascorso parte dei loro anni a Springfield. Non sappiamo se ci ripenseranno decidendo di dare ad Homer e Marge un’altra possibilità. Non lo sappiamo, ma abbiamo il dovere di sperarlo. Per i loro figli – Bart, Lisa e Maggie – prima di tutto. E per Homer e Marge, che hanno già condiviso così tante ed entusiasmanti pagine della loro vita. Ma anche per quel “per sempre” che un giorno, tanti anni fa, si erano scambiati. Perché quel desiderio di sfidare insieme le difficoltà e di raddoppiare le gioie, sommando ogni volta quella dell’uno a quella dell’altra, possa tornare al centro del cuore di entrambi. Certo, forse è solo un sogno. Ma sono sogni come questi, in fondo, quelli di cui abbiamo davvero bisogno.

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