locandina

 

 

 

 

 

Due amici ormai anziani, Fred e Mick. Un albergo da sogno. Le montagne attorno e la nostalgia dentro, che scava nell’anima e paralizza senza però soffocare del tutto il bisogno di guardare avanti. L’ultimo film di Paolo Sorrentino, Youth La giovinezza, è anzitutto questo, un riuscito processo al tempo celebrato da un anziano direttore d’orchestra e da un altrettanto stagionato regista che, accomunati da una lunga amicizia, tentano – il primo con meno convinzione ma più costanza, il secondo con più energia ma maggior fragilità – di liberarsi dalle strettoie della rassegnazione. In questo senso, la cornice alpina che circonda i protagonisti diviene, a seconda dei momenti, protettiva o soffocante, tramutandosi ora in immensa cintura di pietra ora nella magica culla della speranza.

Non ci sono più le terrazze romane di Jep Gambardella e le feste fino all’alba, ma solo l’incanto delle Alpi svizzere che pure non riesce a placare l’inquietudine umana, tesa ad ingigantirsi quando il futuro è una possibilità che si restringe. La vicenda, dominata da un mosaico di personaggi bizzarri in cui c’è tutta l’estetica sorrentiniana, vede Fred e Mick oscillare fra la consapevolezza della loro età e la tentazione di rialzarsi e si conclude nel solo modo possibile: con la vita che continua e la giovinezza che riaffiora più come bisogno che come realtà lanciando allo spettatore l’invito a selezionare quello che, nei giorni che abbiamo, conta davvero. I dialoghi sono sempre importanti e con qualche lampo d’ironia, anche se non manca chi, con troppa severità, li ha complessivamente liquidati come banalità travestita da saggezza.

Il film ha forse un punto debole: la voglia di stupire prevale, spesso, su quella di raccontare, e il tentativo di lasciare senza parole sulla necessità di ordinare una trama che per minuti, specie nella prima metà del film, rimane sullo sfondo, eclissata da virtuosismi. Tuttavia l’opera, a mio avviso, è di altissimo livello – tanto più se confrontata con l’offerta cinematografica media – e le interpretazioni non sono da meno, col leggendario Michael Caine a conferire alla pellicola, oltre ad una dimensione definitivamente internazionale, intensità costante. A chi non è piaciuto La Grande Bellezza questo film piacerà ancora meno, apparendo lento e privo di emozioni, mentre chi ha amato l’autore de L’apparato umano ritroverà l’alternanza fra scene di grandezza e di miseria, colori che rapiscono e gli echi di una malinconia che, alla fine, sa di dolcezza.

Voto: 8.

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