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Sono andato con una certa curiosità a leggermi il report della prof.ssa Speranza indicato dal dottor Pedrotti come dimostrativo del fatto che per la crescita di un bambino non sarebbero più necessarie una figura materna ed una paterna (Medico e Bambino, 2015;34). Sono andato a leggerlo e confesso d’essere rimasto abbastanza deluso dalla qualità degli studi chiamati in causa per dimostrare questa tesi. Tre, in particolare, sono i lavori che proverebbero al di sopra di ogni dubbio la bontà della cosiddetta famiglia omogenitoriale. Dal primo, a cura dell’American Academy of Pediatrics (Pediatrics, 2013), si apprende come la letteratura di oltre 30 anni avrebbe oramai fornito «robuste, affidabili e valide garanzie» sul benessere dei bambini cresciuti da genitori dello stesso sesso. Peccato che le note a cui viene rinviato chi volesse comprendere meglio di quali «robuste, affidabili e valide garanzie» si stia parlando, si esauriscano – abilmente mescolate a tantissime altre, quasi che la quantità fosse qualità – in un documento del 2005 e in un libro di tredici anni fa. Tutto qui: un po’ poco per far trionfalmente parlare di «robuste, affidabili e valide garanzie», no?

Una seconda rassegna citata nel report (Journal of Marriage and the Family, 2010), che attesterebbe miglior benessere in figli di madri e coppie lesbiche rispetto ad altri, non soltanto sconta dei limiti metodologici ma somiglia ad una forzatura dato che gli stessi autori, Biblarz e Stacey, ammettono che, per ogni studio che avrebbe rilevato una differenza positiva in favore di detti figli, ve ne sono almeno quattro che questa differenza non hanno rilevato affatto. Il terzo lavoro (Pediatrics, 2010), presentato dalla prof.ssa Speranza come «uno degli studi prospettici più importanti», da un lato si basa un campione assai ridotto (appena 78 ragazzi) e non rappresentativo di figli, dall’altro è stato condotto rilevando la capacità genitoriale delle madri lesbiche – in larga maggioranza di classe agiata e con elevato tasso di istruzione – con interviste e questionari aperti, cioè chiedendo ai soggetti di valutare se stessi. Bastano evidenze simili per affermare che la cosiddetta famiglia tradizionale non è il miglior ambiente educativo per un figlio? Non direi. La sensazione è invece che su questo tema vi sia, in molti, fretta di giungere a conclusioni politicamente corrette. Il benessere di un figlio e il suo diritto ad un padre ed una madre, però, sono argomenti troppo importanti per essere liquidati così.

(L’Adige, 21/5/2015, p.55).

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