Mauro-Corona

L’idea che un giorno si muoia tutti è già avvilente di suo quindi tanto vale, se vecchi e malati, risparmiarsi dolori inutili e farla finita. E’ questo, estrema in sintesi, il pensiero che lo scrittore Mauro Corona a La Zanzara, su Radio 24, ha condiviso con gli ascoltatori mettendoli al corrente delle sue intenzioni nell’eventualità di una brutta malattia: «Non voglio nessun accanimento terapeutico, ho fatto già il testamento dal notaio. Se sono capace di muovermi, scomparirò in qualche anfratto o foiba. Se mi prende un ictus o sono in balia di altri ho già deciso i miei killer […] La vita continua è la mia e non dei bigotti bacchettoni come Giovanardi. Se sarò malato terminale, dovranno ammazzarmi».

Ora, posto che Corona si conferma persona schietta – ce li vedreste i radicali, da tempo impegnati a presentare l’eutanasia come liberazione e coloro che la praticano come filantropi, iniziare a parlare di killer? –, nel suo ragionamento, come del resto in quelli di molti altri, c’è un errore purtroppo grave. L’errore è quello di credere che opporsi all’eutanasia e al testamento biologico equivalga a mettersi nelle mani di Giovanardi o di qualche cardinale, con tutto il rispetto per il parlamentare modenese e per gli alti prelati ovviamente. No, caro Corona, credere che la vita vada vissuta fino in fondo non significa non amare la libertà ma, appunto, amare la vita.

Per comprenderlo basta rileggersi quanto affermava non qualche fondamentalista religioso né il Vangelo, ma una fiera laica come Oriana Fallaci (1929-2006), una che con l’esperienza della malattia, fra l’altro, ha convissuto per lunghi anni. Scriveva la Fallaci: «E’ bella la vita, è bella anche quando è brutta […] Nella vita c’è il sole, c’è il vento, c’è il verde, c’è l’azzurro, c’è il piacere di un cibo, di una bevanda, di un bacio, c’è la gioia che riscatta le lacrime, c’è il bene che riscatta il male, c’è il tutto e io ti amo». Questo vuol dire che la malattia è un’esperienza bella? Che il dolore non esiste? Che la sofferenza è un’invenzione di qualche ostinato e depresso? Certo che no.

Purtroppo la vita non è sempre facile, anzi talvolta – specie quando il viale che si ha davanti è ai suoi ultimi metri – non lo è affatto. Ma ciononostante, «è bella la vita, è bella anche quando è brutta» e non c’è nulla di male nel trovarsi a dipendere dagli altri dal momento che l’intera esistenza terrena di ciascuno, compreso il più forte e giovane e vigoroso, è segnata dalla necessità di una dipendenza che non è fisica forse, ma sempre dipendenza è. Viceversa è l’autodeterminazione assoluta, questo intoccabile feticcio, ad essere brutta. Brutta perché illude le persone di potersela cavare quando sono autosufficienti, salvo gettarle nella disperazione quando non lo sono più. Brutta perché bugiarda, perché non dice che non ci autodeterminiamo mai del tutto.

Dunque, se Corona e quanti ne condividono le istanze sono più spaventati di quelli che soffrono davvero dalla sofferenza, e per questo intendono prendersela con qualcuno, se la prendano con coloro che fino ad oggi hanno nascosto loro una dimensione fondamentale e inscindibile della vita quale è quella relazionale. Se la prendano con quelli – e sono tanti – non parlano mai del dolore e della morte, solo perché non sanno dargli un senso. Se la prendano con chiunque, anche con loro stessi, se credono. Ma non se la prendano con la vita, perché «è bella anche quando è brutta». Perché non c’è neppure un istante, quaggiù, in cui non sia possibile sperimentare l’amore e, ripensando alle volte in cui si è creduto il contrario, scoprire che ci si sbagliava.

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