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L’articolo 2 del disegno di legge n. 1052 – noto ai più come ddl Scalfarotto, dal nome del suo primo proponente – al comma b prevede di estendere la reclusione da sei mesi a quattro anni per i reati già previsti dalla Legge Reale-Mancino a chiunque, in qualsiasi modo, inciti a commettere o commetta violenza o atti di provocazione alla violenza motivati dall’identità sessuale della vittima laddove, all’articolo 1, si specifica che per identità sessuale deve essere intesa «l’insieme, l’interazione o ciascuna delle seguenti componenti: sesso biologico, identità di genere, ruolo di genere e orientamento sessuale». Ora, nell’immaginario collettivo il soggetto colpito dal provvedimento – colui, cioè, che agisce violenza contro le persone omosessuali – tende ad assumere le sembianze di un energumeno dalla testa rasata e col pallino della croce celtica o, in alternativa, quelle di uno psicopatico fondamentalista religioso.

Dobbiamo ammettere che anche noi, prima di intraprendere la nostra ricerca, eravamo decisamente inclini ad una simile aspettativa, ma poi – soprattutto una volta considerate le dinamiche interpersonali e di coppia – siamo stati costretti ad aggiornare la nostra prospettiva arrendendoci alla legge dei numeri: quello del picchiatore fascista è uno stereotipo utile alle semplificazioni giornalistiche e senza dubbio politicamente molto spendibile, ma la categoria di persone che corre maggiori probabilità di essere sottoposta alle pene prospettate dall’iniziativa legislativa del citato politico omosessuale del Partito Democratico è proprio quella composta dai soggetti con tendenze omosessuali. Sì, lo sappiamo, in effetti sembra un paradosso: eppure c’è già chi parla di una “omofobia interiorizzata”, che non risparmierebbe neppure le persone omosessuali, e le statistiche dicono esattamente questo. Per vedere come quello che appare paradossale sia di fatto realtà, iniziamo insieme una panoramica sugli esiti di studi e ricerche.

Alcune indicazioni preliminari giungono dal Centre for Disease Control di Atlanta che ha divulgato le statistiche sulla violenza sessuale. La rilevazione si chiama National Intimate Partner and Sexual Violence Survey (NISVS) ed è stata ottenuta intervistando un gruppo di 16.507 adulti rappresentativo della popolazione americana. Nel corso della vita il 43,3% delle donne definitesi eterosessuali hanno riferito di avere subito una qualche forma di violenza sessuale, tra le donne omosessuali la cifra è pari al 46,4% e raggiunge il 74,9% tra quelle che si sono dichiarate bisessuali. Se tra le donne eterosessuali soltanto il 5,3% dichiarava di essere stata molestata o abusata anche da donne, tra le persone lesbiche la percentuale saliva al 14,8%. Tra gli uomini la violenza sessuale è stata riferita dal 20,8% della popolazione eterosessuale contro il 40,2% e 40,7% tra omo e bisessuali rispettivamente. Mentre gli eterosessuali hanno subito abusi da soli uomini nel 28,6% dei casi, il 78,6% dei maschi omosessuali ha subito violenza da soli uomini (65,8% per le persone bisessuali).

La ricerca ha valutato anche la violenza subita dal partner sessuale attuale o pregresso. Tra le donne eterosessuali il 35% ha riferito di essere stata vittima di stupro, violenza fisica o stalking da parte del proprio partner, tra le donne omosessuali la cifra è risultata più alta: il 43,8% ed ancora una volta più alta tra le donne bisessuali (61,1%). Le stesse cifre tra i maschi sono risultate rispettivamente 29%, 26%, 37,3%. Anche per quanto riguarda l’incidenza di aggressione psicologica da parte del partner sessuale gli indici evidenziano livelli maggiori per le persone omo/bisessuali. Per certi versi ancora più significative sono alcune informazioni contenute nell’ultimo rapporto del National Coalition of Anti-Violence Programs (NCAVP) intitolato Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, Queer and HIV-Affected Intimate Partner Violence 2013.

L’organizzazione, con sede a New York, è stata fondata da persone omosessuali con il preciso scopo di tutelare dalla violenza le comunità LGBTQ. Tra i 2.697 resoconti ricevuti si contano 21 casi di omicidio (16 maschi, 4 femmine omosessuali ed un transessuale di colore); casi che risultano peraltro in aumento: nel 2008 gli omicidi furono 9, poi ridottisi a 6 nel 2009 e nel 2010, e successivamente saliti, senza più alcuna riduzione, fino diventare 19 nel 2011 e 21 nel 2012. Gli autori delle violenze sono risultati essere il partner attuale o l’ex-partner nel 92% dei 1.670 casi esaminati. Ma qual è l’orientamento sessuale degli autori dei trenta tipi di violenza censiti dal NCAVP ai danni delle persone non eterosessuali? 41,7% Gay, 26,5% lesbiche, 5,4% bisessuali, 1,6% queer; in sostanza la violenza domestica delle persone LGBTQ in America avviene nel 75,2% dei casi per opera di persone LGBQT.

A questo punto sorge un’altra domanda. Esistono dati che confrontano l’incidenza di violenza all’interno delle coppie in base all’orientamento sessuale dei componenti? Il dato più recente a questo proposito giunge da uno studio pubblicato sul numero di febbraio della rivista Journal of Interpersonal Violence su un campione di oltre seimila studenti di college. La violenza fisica e gli abusi sessuali all’interno delle coppie formate da membri non esclusivamente eterosessuali sono risultati rispettivamente del 64% e 120% più frequenti rispetto al gruppo di controllo eterosessuale. Risultati in linea sono emersi dal campione di quasi tredicimila soggetti del Massachussets Youth Risk Behavioural Survey pubblicato a gennaio 2015 sul Journal of Youth and Adolescence e sugli oltre quattordicimila pubblicati sul numero di ottobre 2014 della rivista Violence Against Women. Attenzione, però: il fenomeno non è circoscritto ai soli adolescenti.

Nella loro revisione pubblicata a settembre 2014 su Journal of Sexual and Marital Therapy, Richard Carroll e Colleen Stiles-Shields, psicologi del dipartimento di psichiatria della Northwestern University, hanno evidenziato che nei 4 studi pubblicati sull’argomento per un numero complessivo di trentamila soggetti, la prevalenza di violenza da parte del partner si è attestata tra il 25% e il 75% nelle coppie omosessuali contro il 25% delle donne impegnate in una relazione eterosessuale. Per il prof. Carroll «nel complesso è piuttosto chiaro che la vera prevalenza possa essere più elevata per le coppie omosessuali».

Ma perché non se ne parla? Come mai tanta omertà? Per Lundy Bancroft, consulente in materia di abusi domestici, si tratta di un processo di rimozione attuato dal molestatore generato da uno stereotipo che prevede che l’abuso non avvenga nelle relazioni omosessuali e dove «l’aggressore a volte può spingere la comunità a tacere circa l’abuso, perché tutti sono già alle prese con l’immagine sociale negativa dell’omosessualità». Si tratterebbe, per estendere la categoria di identificazione proposta da Flavia Monceri, di coprire un vulnus inferto al faticosamente costruito processo di identificazione della comunità gay come monolitica comunità dei miti vittimizzati dalla eteronormatività. Il livello di occultamento sembra essere più spiccato nelle coppie omosessuali maschili; per il professor Carroll ciò, almeno in parte, è dovuto al fatto che «gli uomini possono non volersi vedere come le vittime e presentarsi come non mascolini ed incapaci di difendersi». D’altra parte, che l’uomo fatichi a denunciare gli abusi di cui è vittima è tendenza già riscontrata, in letteratura, dalla maggiore difficoltà maschile nel denunciare le violenze subite dalla propria compagna.

Tornando alla violenza nelle coppie omosex, c’è da dire, a riprova della serietà della questione, che all’estero più realtà si stanno organizzando per offrire sostegno alle vittime gay di abusi. Nel Regno Unito, ad esempio, è da tempo attivo il Broken Rainbow, rete che a livello nazionale offre aiuto nei casi di violenza domestica tra coppie dello stesso sesso; allo stesso modo la Men’s Advice Line presenta una sezione dedicata esclusivamente ai maschi vittime di violenza domestica in relazioni omosessuali. Purtroppo in Italia del lato oscuro dell’arcobaleno, se così possiamo dire, pare non si possa parlare e si registra un singolare ritardo sotto il profilo della ricerca. Tuttavia la prima di questo tipo realizzata nel nostro Paese e volta ad esaminare, attraverso un campione di 102 donne, le dinamiche nella coppia lesbica – Eva contro Eva (2011) – qualche elemento di preoccupazione lo ha fatto comunque emergere. Infatti, oltre a rilevare una forte instabilità di coppia – solo nell’11,8% dei casi considerati la relazioni sono risultate durare da oltre 7 anni –, in più di un caso su cinque (20,6%) l’intervistata ha ammesso di avere paura del ritorno a casa della propria partner e, in quasi un caso su quattro (23,5%), di avere una compagna esageratamente gelosa.

Per quanto riguarda invece la violenza nelle coppie composte da uomini dello stesso sesso, in Italia non solo si tace il problema, ma allorquando coloro che lo vivono in prima persona, essendone le vittime, scelgono di denunciarlo faticano ad essere aiutati. Fa particolarmente riflettere, in proposito, il caso di un ragazzo di 35 anni della provincia di Bologna, il quale, dopo aver subito per ben quattro anni percosse sistematiche ed abusi da parte del proprio compagno, ha deciso di non tacere più, ma purtroppo non è stato preso sul serio non solo dalle forze dell’ordine, ma neppure dal centro antiviolenza: «Il centro antiviolenza a cui mi sono rivolto ha deciso solo dopo una riunione straordinaria di accettare il mio caso: ho dovuto chiamare decine di volte. Poi abbiamo iniziato il percorso, ma con un grande imbarazzo. Ero il primo uomo che vedevano» (27esimaora.corriere.it, 22.3.2015).

Sulla base delle più sicure evidenze scientifiche e della più documentata esperienza, siamo dunque costretti a concludere che nel mondo occidentale in generale e in Italia in particolare, prima di parlare di allarme omofobia o di emergenza bullismo – senza dire come la diffusione di quest’ultimo, come certificato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nel nostro Paese sia meno della metà della media europea –, sarebbe opportuno iniziare a parlare apertamente della violenza all’interno delle coppie omosessuali.

Per tanto, troppo tempo si è preferito sparare e satireggiare sulla cosiddetta famiglia tradizionale presentandola come il luogo delle peggiori nefandezze ed esaltando le alternative come modelli di amore “puro” e così, ad esempio, finendo per tacere i maggiori tassi di violenza domestica di cui sono mediamente vittime le donne conviventi rispetto a quelle sposate (Bureau of Justice Statistics, 2010). Non vi pare sia giunto il momento di scoprire che esiste anche un’altra violenza di coppia che, numeri alla mano, risulta persino più opprimente delle altre? Soprattutto perché nessuno – forse temendo di ricevere il marchio infamante di “omofobo” – ha il coraggio di parlarne.

(Puccetti R. – Guzzo G. “La Croce”, 1.4.2015, p.3)

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