bambini

Da noi non è molto conosciuto. Anzi, possiamo tranquillamente dire che si tratta di uno studio della cui esistenza, in Italia, non è al corrente praticamente quasi nessuno, nonostante sia stato pubblicato da ormai qualche anno. Ed è un peccato, perché le centoquaranta pagine di My daddy’s name is donor (“Il nome del mio papà è donatore”, Institute for American Values, New York 2010), per quello che raccontano e per come lo raccontano, sono semplicemente esplosive. Di che si tratta? E’ il primo e verosimilmente tutt’ora più dettagliato tentativo di ricerca sulla condizione psicologica, di benessere familiare e sociale di coloro che sono stati concepiti attraverso la donazione di sperma. La ricerca, convalidata da una Commissione indipendente composta da docenti e ricercatori prevenienti da numerosi atenei – dall’Università del Texas a Princeton, dall’Università della Virginia alla Duke, dove si sono formate personalità del calibro del Presidente Nixon (1913-1994) e Tim Cook, CEO di Apple -, è stata realizzata da Elizabeth Marquardt, Norval D. Glenn e Karen Clark.

La società Abt SRBI di New York, a partire dal Survey Sampling International (SSI), database contenente informazioni su oltre un milione di famiglie americane, ha selezionato un campione di 485 giovani e adulti di età compresa tra i 18 e 45 anni e due gruppi di controllo, il primo composto da 562 soggetti adottati in tenera età, il secondo da 563 soggetti cresciuti con i loro genitori biologici. Cos’è emerso dallo studio? Tante cose e non particolarmente allegre, purtroppo. Ne ricordiamo alcune. Anzitutto si è riscontrato come i figli concepiti in seguito alla donazione di seme maschile sperimentino forti tensioni in relazione alle loro origini e identità, che si esprimono in un pensiero fisso – ricorrente almeno due volte la settimana, in quasi metà dei casi – su chi sia il loro padre biologico. In particolare, disturba il ruolo del denaro nel concepimento: questi figli della provetta, che in teoria dovrebbero esserne favorevoli almeno come gli altri dal momento che è stato decisivo per la loro venuta al mondo, lo avversano. E in quasi un caso su due esprimono favore più verso l’adozione che verso la tecnica in base alla quale sono stati concepiti.

In particolare, nonostante tre quarti dei rispondenti abbia saputo di essere stato concepito con l’eterologa dai genitori, i quali assai verosimilmente avranno presentato in termini positivi la loro scelta, ben il 37% non consiglierebbe ad un amico di ricorrere all’eterologa se volesse un figlio, il 48% è d’accordo che sia meglio adottare un figlio piuttosto che reperire spermatozoi e ovociti, il 42% è contrario al pagamento dei gameti, oltre il 40% è contrario al concepimento intenzionale di un bambino senza padre o senza madre. Tornando alla condizione psicologica, il quadro d’insieme che emerge è quello di una maggiore insicurezza dei figli dell’eterologa non solo rispetto ai figli che vivono con i genitori biologici, ma persino nei confronti dei figli adottati dopo l’abbandono. Il 45% è seccato dalle circostanze del proprio concepimento, il 70% si domanda come sia la famiglia del proprio “donatore” di gameti, il 53% è disturbato quando si parla della genealogia (contro il 29% dei figli adottati), il 48% dice di essere rattristato quando vede gli amici con i propri genitori (solo il 19% tra i figli adottati), il 43% si dichiara confuso sull’appartenenza dei membri alla famiglia, il triplo rispetto ai figli adottati.

Non solo, l’insicurezza rispetto alla sincerità dei genitori nei loro confronti su fatti importanti è il doppio rispetto a quella rilevata tra i figli adottati, la paura d’intessere relazioni affettive con persone che potrebbero essere un parente senza saperlo è più che doppia rispetto agli adottati e cinque volte maggiore rispetto ai figli biologici. Due terzi di queste persone ritengono che sia un diritto potere conoscere ed intessere relazioni col donatore di gamete. Questi ed altri elementi – per un esame completo dei quali si rinvia alla lettura integrale di My daddy’s name is donor, facilmente reperibile attraverso internet – alla fine convergono su un dato che, ancora una volta, emerge molto chiaramente: i figli hanno in una famiglia intatta formata da padre e madre biologici il loro ambiente migliore. Che è, com’è noto, l’esatto contrario di quanto la cultura dominante, assolutizzando la componente affettiva e desessualizzando il ruolo genitoriale, costantemente promuove contrabbandando le obiezioni come ridicole convinzioni religiose o proprie di bifolchi conservatori, gente a priori allergica al cambiamento. Ovviamente la conclusione a cui giunge My daddy’s name is donor – fortemente critica verso una tecnica che, di fatto, consente a molte coppie di donne dello stesso sesso di crescere dei figli – non poteva che scatenare reazioni infuocate.

E’ stato detto che è un report non credibile perché realizzato da cristiani fondamentalisti, cosa non solo falsa, ma in contrasto con l’approvazione ricevuta dallo stesso da fior di accademici. E’ stato detto che il campione non è rappresentativo dell’intera popolazione americana, cosa mai sostenuta da chi ha svolto questa ricerca e che, in ogni caso, non toglie un fatto: la base del campione, seppure non randomizzata, ha il pregio di essere ampia ed è quanto meno rappresentativa della popolazione USA che è solita rispondere ai sondaggi. Tanto per fare un esempio, la rappresentatività del campione di questo studio è certamente superiore a quella descritta dall’European Union lesbian, gay, bisexual and transgender survey del 2012, a cui è stata data grande enfasi sui media omofili senza preoccuparsi di evidenziare come le risposte fossero state elicitate attraverso la promozione su siti gay. E’ stata inoltre denunciata eccessiva sicurezza nel presentare questo lavoro e nelle sue conclusioni, senza ricordare che nessuna ricerca precedente, sul tema, ha considerato un campione tanto vasto. Peraltro sembrano avere problemi non solo i figli, ma anche i genitori dei figli concepiti con l’eterologa. Secondo i risultati pubblicati da ricercatori di uno dei centri studi più omofili, il centro studi sulla famiglia dell’Università di Cambridge, la comunicazione dell’origine da un donatore ai bambini di dieci anni «non si associa sempre ad un adattamento psicologico ottimale da parte dei genitori».

E’ stato detto insomma tutto il possibile per infangare My daddy’s name is donor, ricerca che, in effetti, sconta una colpa molto grave: gettare luce – prima ancora che sulla menzogna del #LoveisLove -, su un gigantesco mercato. In tal senso tornano utili le ricerche di Debora Spar la quale, dopo una carriera come docente di economia all’Università di Harvard, oggi è preside del Barnard College, affiliato alla Columbia University. Nel 2006 ha pubblicato The baby business, un libro in cui la ricerca del figlio è stata analizzata sotto il profilo economico. Ebbene, il quadro – crudo e realistico – che ne esce è che «i progressi nella medicina riproduttiva hanno di fatto creato un mercato dei bambini». Ne fanno parte l’industria della fecondazione in vitro con le sue cliniche, l’industria farmaceutica con i prodotti per la stimolazione ovarica, l’industria “della componentistica”, pronta a fornire i pezzi mancanti: uova, sperma, uteri. Infine l’industria dei mediatori, fatta di procacciatori di componenti, capaci di creare contratti blindati, dal pacchetto economy a quello all inclusive fino al soddisfatti o rimborsati. Ora, è forse pensabile che uno studio che contrasti contemporaneamente con la cultura dominante e con interessi tanto vasti possa non diciamo essere accolto, ma quanto meno ricevere attenzione? Ovvio che no. Il che spiega come mai, di quanto vi è qui stato sinteticamente esposto, con ogni probabilità non avete mai sentito parlare.

(Guzzo G. – Puccetti R. “La Croce”, 9.5.2015, p.2).

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