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Purtroppo per i negazionisti del gender, coloro che contro qualsiasi evidenza e con ostinazione negano che esista – radicata e sempre più diffusa – un’organizzata propaganda finalizzata a ridurre le differenze fra uomo e donna al solo versante genitale e riproduttivo, papa Francesco è di avviso diverso. Parecchio diverso. Per il Santo Padre, infatti, non solo la teoria del gender, ancorché esito della convergenza di differenti correnti di pensiero, ha una sua dimensione di realtà, ma costituisce un pericolo di considerevole portata, in particolare sul piano educativo. Ne ha parlato chiaramente nell’aprile dello scorso anno con esplicito riferimento al rischio che i bambini, con la scusa del contrasto al bullismo, divengano oggetto di manipolazione: «Vorrei manifestare il mio rifiuto per ogni tipo di sperimentazione educativa con i bambini. Con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio!».

Sull’argomento il papa si è nuovamente soffermato di ritorno dal viaggio nelle Filippine, allorquando non solo ha parlato dell’ideologia del gender, ma ne ha denunciato la diffusione in ambito scolastico evocando lo spettro nientemeno che di una nuova «gioventù hitleriana». E ieri, nell’udienza del mercoledì, nuova riflessione sul tema, se possibile ancora più critica e penetrante: «Mi domando – ha detto il papa – se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa […] per conoscersi bene e crescere armonicamente l’essere umano ha bisogno della reciprocità tra uomo e donna. Quando ciò non avviene, se ne vedono le conseguenze. Siamo fatti per ascoltarci e aiutarci a vicenda. Possiamo dire che senza l’arricchimento reciproco in questa relazione – nel pensiero e nell’azione, negli affetti e nel lavoro, anche nella fede – i due non possono nemmeno capire fino in fondo che cosa significa essere uomo e donna».

Ora, come mai Francesco è così preoccupato – ossessionato, diranno i suoi critici – dalla teoria del gender? Per quale ragione un papa che gode di una popolarità tanto alta sceglie ciclicamente di soffermarsi su un’emergenza che a detta di più di qualcuno non solo non sarebbe tale, ma sarebbe frutto di un grande fraintendimento? Come semplici osservatori, prima ancora che come cristiani, abbiano il dovere, direi, di misurarci con questo interrogativo. Una prima ipotesi sull’interesse del Santo Padre per il pericolo del gender, conformemente a quanto da lui stesso dichiarato, potrebbe riguardare il piano educativo; poiché nessuna «sperimentazione educativa con i bambini» è in linea di principio ammissibile, tanto meno lo è, secondo Francesco, quella che si basa sulla menzogna delle inesistenti differenze attitudinali e di ruoli fra uomini e donne. Accanto a questa, c’è l’ipotesi, più generale, dell’emergenza sottovalutata: poiché il papa registra una certa lentezza, da parte del mondo cattolico ad accorgersi del problema, sceglie di denunciarlo in prima persona per risvegliare le coscienze.

C’è, infine, una terza ipotesi – che non esclude le altre, ma le completa – ed è quella del destino dell’uomo. I frequenti richiami alla piaga della corruzione, alla debole lotta alla povertà e alle tante ingiustizie che costellano il nostro tempo dimostrano che papa Francesco è ben consapevole dei numerosi guai che flagellano l’umanità. Il fatto che però, nonostante questo, scelga di tornare spesso sulla teoria del gender, peraltro con toni forti e considerazioni di condanna netta, che non lasciano spazio alcuno ad ambiguità, testimonia che il Santo Padre ha compreso che quella delle differenze fra uomo e donna è una questione decisiva perché investe il fondamento stesso della natura umana, il nostro essere diversi e complementari, distinti ma bisognosi l’uno dell’altro. In gioco non c’è insomma una disputa sociologica, ma la nozione stessa di convivenza e, in definitiva, di amore. Perché se non si riconosce l’altro sesso come diverso, quale futuro può avere il matrimonio? E la famiglia? Quale bisogno reciproco potrebbe ancora sopravvivere fra le persone, al di là di un generico desiderio di compagnia, una volta si convincessero di essere, in fondo, tutte uguali?

(“La Croce”, 16.4.2015, p.3).

 

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