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Finalmente anche da noi, in Italia, Facebook consente agli utenti la possibilità di esprimere liberamente la propria identità di genere: non più solo «uomo» o «donna», ma un simpatico ventaglio di opzioni che mette a disposizione di ciascuno fino a dieci termini differenti per definirsi. Non è una novità assoluta – dallo scorso anno è infatti già possibile scegliere i pronomi coi quali si è designati sul popolare social network -, ma costituisce senz’altro un ulteriore passo in avanti per l’agenda gender, apparentemente inesistente ma di fatto non solo concretissima, ma pure sostenuta dai maggiori colossi mondiali; proprio come avviene per le nozze gay: strategicamente presentate come un’eroica battaglia di minoranza, in verità sono sostenute da realtà quali – oltre a FacebookAmazon, Apple, Moody’s, Morgan Stanley, Goldman Sachs ed altri che, negli Stati Uniti, si sono pubblicamente schierati per l’incostituzionalità del Defense of Marriage Act, d’intralcio alla corazzata arcobaleno.

La ragione per cui anche nel Belpaese Facebook abbia deciso di dar spazio alle istanze gender non è dunque un mistero; d’altra parte, è lo stesso sito del quotidiano La Stampa a spiegare come in Italia l’azienda di Mark Zuckerberg collabori «a stretto contatto con Arcigay – la più importante associazione LGBT (lesbica, gay, bisex, trans) italiana – che già l’anno scorso ha giocato un ruolo fondamentale nell’identificazione della lista di categorie di genere messa a disposizione degli utenti italiani». Aspettiamoci allora ulteriori svolte rispetto a quella di questi giorni, nella consapevolezza che il vero problema non sono i dipendenti di Facebook e neppure i militanti di Arcigay i quali, a ben vedere, altro non fanno che perseguire i loro scopi. Il vero problema è invece tutta quella parte sociale, politica e perfino religiosa d’Italia che seguita ad ignorare o a minimizzare la questione gender. Con grande e piacevole sorpresa abbiamo assistito, in opposizione all’indottrinamento gender, al risveglio sul fronte etico di testate non sempre vigilissime – pensiamo, su tutte, a Famiglia cristiana -, ma c’è ancora parecchio da fare.

Intendiamoci: il vento sta cambiando e qui, su “La Croce”, lo abbiamo scritto: che si tratti di nozze o adozioni gay o di riconoscimento delle coppie di fatto, le rilevazioni demoscopiche, pur non descrivendo affatto un’Italia in linea con la dottrina cattolica, descrivono comunque un’Italia perplessa, che sui cosiddetti nuovi diritti medita e che, soprattutto, si dichiara sempre meno entusiasta dei falsi miti di progresso. Questo non deve però impedirci di osservare come esista ancora un elevato numero di persone in teoria estraneo alla teoria gender, ma di fatto complice perché indifferente o distratto. Ci sono ancora genitori – anche se può sembrare assurdo – che più di tanto non si interessano di quale “educazione sessuale” venga insegnata ai loro figli a scuola. Ci sono ancora educatori e perfino firme della stampa cattolica che si lamentano del presunto allarmismo sull’argomento: come se non vi fosse, fra gli altri, un certo papa Francesco a tuonare contro l’ideologia gender, condannandola come «uno sbaglio della mente umana». E ci pure sono, infine, troppi politici immobili.

Non è dunque tanto con Facebook che obbedientemente si conforma alle richieste del movimento arcobaleno che occorre prendersela, bensì con noi stessi, col popolo che ancora – per più ragioni – non sta prendendo a cuore la questione come si deve. Perché se sapesse di andare incontro a proteste serie, non a boicottaggi fighetti e ipocriti; se sapesse di trovarsi contro, magari inferocita, una quota significativa di utenti; se sapesse che così facendo, insomma, metterebbe a rischio una parte importante del proprio bilancio, nessuna azienda darebbe retta all’agenda gender. E il principale social network del pianeta neppure se le sognerebbe, potete scommetterci, certe stupidaggini. Il punto è che troppi ancora tacciono. «Io non temo la cattiveria dei malvagi, ma il silenzio degli onesti», disse Martin Luther King (1929-1968): ed aveva ragione. C’è una bella ed onesta parte d’Italia – questo stesso giornale, così inatteso e pazzo, ne è la prova – che si è risvegliata; ma ce n’è un’altra non meno bella ed onesta che, mentre il fronte progressista corre alle armi, ancora sogna e crede alle favole. E’ giunto il momento di svegliarla.

(“La Croce”, 9.4.2015, p.3).

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