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Una provocazione? Così, a prima vista, potrebbe sembrare. E pure una provocazione di cattivo gusto, tanto è vero che sulle parole mons. Negri, vescovo di Ferrara, è scoppiata un’autentica bufera mediatica. Le sue colpe, del resto, appaiono senza dubbio gravi: aver dichiarato che, non consentendo «di venire al mondo» a «milioni di italiani», «la legge sull’aborto» avrebbe causato una «scarsità di figli» tale da farci «sprofondare in questa crisi economica». Si è volutamente scritto “colpe”, al plurale, perché sua eccellenza, con questa dichiarazione, ne ha collezionate almeno tre: la prima è stata chiamare in causa l’intoccabile Legge 194/’78, la sola norma al mondo che è proibito criticare, la seconda è stata non parlare bene dell’aborto volontario mentre la terza, forse la peggiore, è stata dire una cosa vera. Il legame fra crisi economica e aborto è difatti fuori discussione.

Prima di vedere perché, però, una premessa: anche se fosse economicamente e psicologicamente indolore o perfino positivo, cosa che l’aborto non è in alcun modo, l’atto di soppressione di un bambino non ancora nato rimarrebbe comunque, senza eccezione alcuna, moralmente inaccettabile. Il punto è che non si tratta “solo” – com’è stato definito dal Concilio Vaticano II – di un abominevole delitto, ma pure di una realtà, come giustamente sottolineato da mons. Negri, con pesanti ricadute negative anche in termini economici. Il motivo deriva dal fatto che, unitamente a variabili quali la flessione dei matrimoni celebrati, l’instabilità coniugale, la mentalità contraccettiva e la tendenza femminile, talvolta, a sovrastimare la propria fertilità futura, l’aborto procurato concorre in modo significativo al calo delle nascite; molto significativo: dal 1978 al 2013, stando alle relazioni ufficiali, ne sono stati effettuati 5.538.322. Ora, è possibile pensare che, se si trovasse senza gli abitanti di regioni come Trentino, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise e Basilicata, l’economia italiana non ne uscirebbe mortificata?

Eppure è esattamente questo che decenni di aborto legale, piaccia o meno, hanno determinato per l’Italia; ed è precisamente questo, ancora, che chi contesta le parole del vescovo di Ferrara, forse senza rendersene conto, sta sostenendo. Quanto alla correlazione fra calo delle nascite e stagnazione economica – e quindi fra invecchiamento della popolazione e difficoltà di crescita – è francamente imbarazzante che vi sia ancora chi ne dubiti dopo le conferme, fra gli altri, di premi Nobel come Gary Becker e Amartya Sen, e dopo che non un cardinale o un vescovo di simpatie tradizionaliste bensì un professore stimato come Tyler Cowen, intervistato oltretutto dal maggiore quotidiano del Paese, ha dichiarato che quando pensa alla crisi italiana ciò lo «rende più pessimista» non «è l’euro», ma «il tasso di natalità, che in Italia è dell’1,3%». Un dato che sarebbe da tenere in massima considerazione, ha aggiunto Cowen, perché «se l’Italia facesse più figli, le sue prospettive economiche sarebbero migliori. Invece un Paese con una popolazione in declino alla fine non potrà ripagare i suoi debiti» (Corriere della Sera, 8/5/2012, p. 31).

Dove stia lo scandalo nelle parole di mons. Negri rimane dunque un mistero. In attesa che qualcuno lo chiarisca vale la pena, rimanendo in tema, sottolineare un altro aspetto preoccupante e sistematicamente rimosso allorquando – e capita già di rado – si affronta il tema dell’aborto. L’aspetto preoccupante sta nel fatto che non solo la pratica abortiva concorre a diffondere povertà, ma si sta rilevando – anche se può sembrare paradossale – un micidiale strumento di eliminazione dei poveri: eliminazione fisica, s’intende. Impressionano, in tal senso, i dati di una ricerca a cura di studiosi del Guttmacher Institute, nota organizzazione abortista e dunque non sospettabile di faziosità pro-life, dai quali si evince come negli Stati Uniti, mentre fra il 2000 ed il 2008 si registrava un lieve calo (-0,8%) dei tassi di aborto complessivi, si sia verificato un aumento, peraltro notevole (+ 17,5%), di aborti da parte di una specifica categoria di donne: quelle povere (Obstetrics & Gynecology, 2011).

Davanti ad una realtà simile, in teoria, il buon senso di chiunque dovrebbe portare a ribellarsi. E se non accade, è perché l’abitudine all’aborto legale ha favorito, prima di quelle economica e demografia, una povertà peggiore. Una povertà radicata in quell’indifferenza che la presunta autodeterminazione porta con sé, una povertà che, mentre quella materiale allontana le cose che hanno un prezzo, comporta la privazione di quelle che hanno un valore. Una povertà drammatica, dunque; ma che, se ci pensiamo bene, può essere cancellata semplicemente dallo sguardo di un bambino appena nato e dalla consapevolezza che, per nove mesi, quello sguardo aspettava solo di incrociare il nostro. Per questo non vale la pena arrendersi e continuare la battaglia per la vita: ne va, prima di tutto, della riscoperta della realtà, di ciò che è davvero buono e davvero giusto. Ed una volta che avremo ritrovato questa fondamentale ricchezza le altre, possiamo contarci, non tarderanno ad arrivare.

(“La Croce”, 5/2/2015, p.2)

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