omofobia

Il Consiglio provinciale di Trento torna ad occuparsi di omofobia. Dopo che, lo scorso ottobre, un muro insormontabile di 1.500 emendamenti a firma principalmente del consigliere Rodolfo Borga di Civica Trentina, ed una maratona di appassionati interventi da parte di tutti i consiglieri di opposizione avevano scoraggiato la maggioranza che governa il Trentino, ora questa torna alla carica. Politicamente parlando l’esame del disegno di legge, in calendario nei lavori d’aula che riprendono stamattina, sarà quanto di più simile ad una battaglia: da una parte la coalizione di maggioranza – composta da Pd, Upt, Patt, Ual – è decisa a portarsi a casa almeno qualche articolo del testo lasciando poi alla Giunta di affrontare nella massima libertà il versante attuativo, dall’altra le minoranze non intendono indietreggiare. Il dato singolare, in questo confronto, è la disparità numerica nettamente favorevole alla maggioranza.

Eppure, come si è detto, chi si oppone non ne vuole sapere di alzare bandiera bianca. Il motivo di questo rifiuto e di questa determinazione risultano facilmente comprensibili se si leggono le disposizioni del testo unificato dei disegni di legge n. 2-351 e n. 11 (il primo d’iniziativa popolare, il secondo d’iniziativa consiliare) all’esame dell’aula. Gravi perplessità sorgono infatti sin dal primo articolo, che vincola la Provincia di Trento alla «realizzazione dell’uguaglianza sostanziale tra gli individui, anche all’interno della loro dimensione affettiva» (art.1 comma 1). Ora, delle due l’una: o questa disposizione non significa nulla – ed allora non si capisce perché mai proporla e approvarla – oppure, per realizzare l’uguaglianza «anche all’interno della dimensione affettiva» fra gli individui, si autorizzano di fatto le Istituzioni ad oscure “verifiche” nella dimensione affettiva delle persone, che non possono non evocare spettri polizieschi per non dire dittatoriali. In entrambi in casi c’è quindi di che inquietarsi.

Il resto dell’articolo non è più rassicurante dal momento che prevede il «superamento delle condizioni di discriminazione fondate sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sull’intersessualità e per la sensibilizzazione sui fenomeni dell’omofobia, della transfobia e del bullismo omofobico» (art. 1, comma 2) e, per realizzarlo, «valorizza il ruolo e l’apporto dei soggetti del terzo settore che hanno come obiettivo l’attuazione delle finalità di questa legge» (art. 1, comma 4). Qual è, qui, l’aspetto poco rassicurante? Semplice: ci si riferisce apertamente a «condizioni di discriminazione fondate sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sull’intersessualità» senza non solo definire esattamente quali sarebbero dette «condizioni di discriminazione», ma anche senza che nessuna ricerca o indagine seria abbia finora rilevato, in Trentino, alcuna escalation di violenze ai danni di persone di tendenza non eterosessuale.

Significa cioè che, se per caso questo disegno di legge fosse approvato, la Provincia andrebbe ad occuparsi di un problema che, fino a prova contraria – in quella dimensione diffusa della quale è doveroso e opportuno che le Istituzioni anzitutto si interessino –, neppure esiste. Il meglio, si fa per dire, arriva però all’articolo successivo, nel quale si definisce l’”identità di genere” come «la percezione di sé come maschio o come femmina o in una condizione non definita» (art. 2, comma 1, lettera a)). Trattasi di parole chiarissime e che, senza che si vada ora ad esplorare il resto del ddl, ne svelano in pieno il fine; fine che evidentemente non può essere quello di avversare discriminazioni delle quali non si ha notizia e per il cui contrasto l’ordinamento giuridico italiano dispone già di ogni strumento, bensì una «sensibilizzazione sui fenomeni dell’omofobia, della transfobia e del bullismo omofobico» in applicazione della quale si proporrà una precisa visione antropologica fondata sulla «percezione di sé come maschio o come femmina o in una condizione non definita»; che è proprio il cuore di quell’ideologia gender di cui ci si ostina a negare l’esistenza.

Il fatto che ciascuno nasca maschio o femmina – non eterosessuale oppure gay: semplicemente maschio o femmina! – è dunque il vero nemico di questa proposta di legge che, anche con interventi in ambito scolastico (art. 14), vorrebbe negare detta evidenza rimpiazzandola col paradigma della «percezione di sé come maschio o come femmina» oppure «in una condizione non definita». Una finalità che quindi da un lato non ha nulla a che vedere col rispetto dovuto ad ogni persona a prescindere dalle proprie tendenze sessuali – anzi, lo impiega cinicamente come pretesto -, e che, dall’altro, rischia di paralizzare a priori ogni possibilità educativa. Se infatti da domani insegnanti ed educatori in senso lato fossero costretti a tacere, pena l’accusa di discriminare, l’evidenza e la bellezza del nascere e dell’essere maschi o femmine, che formazione sarebbe possibile al di là di un’astratta enunciazione di princìpi?

Prima di votare un ddl tanto ambiguo e pretestuoso, che nel concreto non risolve né affronta alcun problema ma rischia solo di generarne, tutti i consiglieri farebbero pertanto bene a pensarci attentamente. Il perché di una simile prudenza l’ha ricordato Papa Francesco quando, senza lasciare margine alcuno ad equivoci, ha dichiarato: «Occorre ribadire il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva. Continuando a maturare nella relazione, nel confronto con ciò che è la mascolinità e la femminilità di un padre e di una madre, e così preparando la maturità affettiva. Ciò comporta al tempo stesso sostenere il diritto dei genitori all’educazione morale e religiosa dei propri figli. E a questo proposito vorrei manifestare il mio rifiuto per ogni tipo di sperimentazione educativa con i bambini. Con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio!» (11.4.2014).

(“La Croce”, 27/1/2015, p.2)

 

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