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«Padre è una parola nota a tutti, una parola universale. Essa indica una relazione fondamentale la cui realtà è antica quanto la storia dell’uomo. Oggi, tuttavia, si è arrivati ad affermare che la nostra sarebbe una ‘società senza padri’. In altri termini, in particolare nella cultura occidentale, la figura del padre sarebbe simbolicamente assente, svanita, rimossa». Nelle parole che il Santo Padre ha scandito mercoledì nel corso dell’udienza nell’Aula Paolo VI c’è un’analisi impeccabile dell’attuale crisi della figura paterna. Una crisi che ha preceduto di parecchio quella economica ma che, a differenza di questa, stenta purtroppo ad essere riconosciuta nella propria portata e nelle proprie implicazioni. E pensare che le statistiche, al riguardo, sono assai chiare: oltre un milione di bambini inglesi cresce senza avere a fianco la figura paterna (The Centre for Social Justice, 2013), in una grande capitale europea come Berlino ben 134.000 nuclei familiari su 430.000 sono composti da ragazze madri sole con il loro bambino (Repubblica, 20.4.2011) e la musica, in Italia, è la stessa se non perfino peggiore con oltre l’80% dei nuclei monoparentali costituito da donne: significa che nel nostro Paese, stando ai dati del 2011, a più di due milioni di figli non è assicurato il riferimento paterno (Istat, 30.7.2014). Questa la realtà dei numeri. Ma cosa c’è dietro? E, soprattutto, quali sono le origini di una società sempre più orfana del padre?

Rimozione religiosa

Lo straordinario radicamento storico della figura paterna è tale che, per comprendere come si sia giunti ad una «società senza padri» – posto che vi sono senz’altro anche casi di padri assenti perché trascorrono poco tempo nelle loro famiglie -, occorre soffermarsi su almeno tre livelli di rimozione culturale di cui questa è divenuta progressivamente oggetto. Un primo livello è indubbiamente quello religioso, legato al processo di secolarizzazione. Non si può infatti fare a meno di osservare come l’eclissi della figura paterna, oggi, interessi in primo luogo quel mondo occidentale nel quale, per secoli, il Cristianesimo è stato protagonista. Un caso? Non si direbbe. E’ difatti una novità tipicamente evangelica quella della concezione di Dio come Padre: è stato calcolato come nei Vangeli Gesù si rivolga a Dio chiamandolo appunto Padre per circa 170 volte – spingendosi, talvolta, fino al termine “Abbà”, espressione assai intima e familiare – e in molteplici occasioni compresa l’ultima, quella drammatica della croce dalla quale, secondo Luca, un istante prima di morire ha detto: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Risulta pertanto difficile non osservare come, se oggi la centralità sociale della figura paterna appare compromessa, prima è stata la sua centralità religiosa a farne le spese. Beninteso: non occorre essere certo cristiani per rendersi conto dell’odierna crisi del padre, ma certamente riflettere su come la dimenticanza della Paternità celeste, almeno a livello generale, possa aver agevolato quella terrena, per così dire, costituisce una prima ed utile chiave di lettura.

Rimozione educativa

Un secondo, importante livello di rimozione del padre, in parte fotografato dalle statistiche ricordate poc’anzi, è quello in ambito familiare ed educativo. Sono sempre più frequenti i casi di bambini e ragazzi che si trovano nella condizioni di crescere da soli con le loro madri. Una realtà espressione di diverse cause, prima fra tutte separazioni e divorzi, e che sta determinando effetti molto gravi proprio in ragione dell’insostituibile ruolo paterno in ambito educativo, decisivo soprattutto per quanto riguarda il rapporto del figlio col mondo esterno a quello familiare e con la sua complessità; scrive in tal senso lo psicanalista Massimo Recalcati che grava specialmente sul padre il compito di «offrire testimonianza di come sia possibile […] esistere senza voler morire e senza impazzire» (Cosa resta del padre?, Raffaello Cortina 2011, p. 160). E la letteratura scientifica, per quanto può, conferma: una analisi di ben 24 studi longitudinali effettuati in continenti diversi, per esempio, ha portato gli studiosi che l’hanno realizzata a concludere, conformemente ad evidenze precedenti, come la concreta presenza paterna si traduca, per i figli, in benefici per quanto riguarda lo sviluppo cognitivo, l’equilibrio psicologico e la riduzione di condotte devianti (Acta Paediatrica, 2008). Non meraviglia dunque il legame fra l’assenza paterna e realtà sconfortanti quali i suicidi giovanili, gli abbandoni scolastici, le gravidanze fra le giovanissime e l’abuso di sostanze stupefacenti.

Rimozione antropologica

L’ultimo – e per certi versi più micidiale – livello di rimozione del padre è quello antropologico. Se infatti con l’eclissi religiosa si è determinata la perdita della centralità, e con l’eclissi educativa quella del ruolo, con la rimozione antropologica si colpisce direttamente il cuore della figura paterna: l’identità. Vi sono molteplici segnali che vanno in questo senso: dagli osannati congedi di paternità – coi quali da un lato si sacrifica la vicinanza materna per il lavoro e, dall’altro, si finge non vi sia differenza, neppure nei primi mesi di vita, fra il ruolo del padre e quello della madre – all’adozione alle coppie omosessuali, dalla cui legittimazione deriverebbe il primato dell’affetto sulla complementarietà di figure genitoriali distinte, fino all’avvilente mercato dello sperma, che vede la dignità maschile profondamente ferita; le stesse normative sull’aborto volontario – e l’intoccabile Legge 194/’78 non fa eccezione – spesso umiliano il padre privandolo di qualsivoglia diritto in ordine al destino del figlio. E poi c’è la pericolosa decostruzione promossa dalla teoria gender e dalla convinzione secondo cui già il riferirsi al sesso maschile, del quale la paternità è coronamento esistenziale, anziché a quello femminile, sarebbe una forzatura dato che ad avere rilevanza dovrebbe essere solamente l’identità sessuale che ciascuno percepisce come propria.

In questo contesto ad allarmare, oltre ad una inquietante «società senza padri», è dunque una società che ormai quasi ignora il padre, che non ne avverte nostalgia e disprezza la virilità. Una società che insieme all’autoritarismo ha rifiutato l’autorità e perciò fatica oggi a riconoscere il bisogno di essere guidata – religiosamente ed educativamente – nel modo che è proprio del padre. Fino a quando non si capirà questo, evitando di confondere il valore della specificità paterna con gli stereotipi, ogni riflessione è destinata ad arenarsi nella retorica e il diritto di ogni bambino a crescere in una famiglia ad essere violato nonostante le numerose leggi che, almeno in teoria, dovrebbero tutelarlo. La gravità della situazione non deve tuttavia scoraggiare dal momento che, per quanto il relativismo dilaghi e il matrimonio sia oggetto di pesanti incomprensioni, nulla potrà mai sostituire quella necessità originale del padre e della famiglia – definita da san Tommaso «uterus spiritualis» (S.Th.,II-II,q.10 a.12), tanto è decisiva per la nostra vita – che ciascuno si porta dentro e dalla quale, quando sui falsi miti di progresso calerà il sipario, si potrà finalmente ripartire.

(La Croce, 31/1/2015, p.5)

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