Standing

Un numero crescente di esempi, dichiarazioni ed interventi sta testimoniando il diffondersi, all’interno del mondo cattolico italiano e non solo, di una tendenza ben poco nobile, che potremmo chiamare “sindrome dell’applauso facile”. Questa tendenza – che ormai accomuna l’alto prelato ed il fedele qualunque, i palazzi romani e la minuscola parrocchia di periferia – si traduce nella costante tendenza ad esternare punti di vista che piacciono al mondo e puntualmente generano una standing ovation. Gli esempi purtroppo si sprecano e vanno dal vescovo che in televisione fa capire che per l’approvazione da parte della Chiesa alle unioni gay è solo questione di tempo al cattolico che si dichiara contrario all’aborto dicendosi però favorevole alla sua legalizzazione, dal credente “adulto” che entra in politica lasciando fuori la fede al sacerdote che sostiene che la morale cristiana debba aggiornarsi e se Gesù Cristo davvero la pensava in quel modo, beh, tanto peggio per Lui.

La “sindrome dell’applauso facile” origina ogni volta un’equazione perfetta: più un soggetto demolisce il Catechismo della Chiesa Cattolica, più ottiene applausi. Il che è estremamente piacevole – a chi non piace il consenso altrui? – ma pone almeno due ordini di problemi. Il primo è quello descritto con la sua impareggiabile lucidità da Nicolás Gómez Dávila (1913-1994): «Il volume di applausi non misura il valore di un’idea. La teoria dominante può essere una pomposa stupidaggine. Ma tale osservazione, invero ordinaria, di solito sfugge allo spettatore intimidito». Dire cose gradite, insomma, non significa dire cose intelligenti, tanto più oggi. C’è però un secondo aspetto ancora più problematico di questo, che riguarda in particolare i cattolici, vale a dire il fatto che Gesù tutto ha fatto nel corso della propria vita fuorché calamitare consensi. Anzi, potremmo quasi dire che la sua intera esistenza è la perfetta negazione della “sindrome dell’applauso facile”.

Lo si vede quando, informato dell’eccessiva durezza della sua predicazione, anziché meditare pensieri meno ruvidi e più digeribili da proporre alle folle fu quasi sul punto di liberarsi dei suoi amici più stretti: «Perciò Gesù disse ai dodici: “Non volete andarvene anche voi?”» (Gv, 6:67). E lo si evince anche e soprattutto dalla morte in croce: Gesù avrebbe avuto non solo la possibilità di salvarsi dal suo destino, ma di farlo in molti modi – dalla fuga alla ricerca del compromesso, dalla guerriglia contro chi lo voleva arrestare alla mediazione con Pilato – eppure scelse la strada in assoluto più difficile. Possibile che questa stupenda lezione di coerenza sia stata dimenticata? Possibile che al Cristianesimo vissuto anche nella sua dimensione di inattualità, come giustamente la definisce Massimo Cacciari, si anteponga la “sindrome dell’applauso facile”? L’opportunità di questa domanda non può essere ridimensionata neppure dalla necessità d’essere testimoni di misericordia nei confronti del prossimo.

Se infatti è fuori discussione che un Cristianesimo fissato esclusivamente con le regole tradirebbe se stesso – come giustamente rammenta Papa Francesco -, dall’altro sarebbe imperdonabile confondere bontà e buonismo: ai fratelli, come del resto a noi stessi, Dio non offre perdono se prima non ci sono consapevolezza del peccato e penitenza. E non lo fa per una ragione molto semplice: se vengono meno consapevolezza del peccato e penitenza, presto non ci sarà più bisogno del perdono. Si potrà giustamente ribattere che la strada che, nonostante l’assoluta gioia che comporta sapere della Risurrezione, la Chiesa indica è molto ripida, a tratti spaventosa se rapportata alle nostre forze e perciò inciampare è facilissimo. Vero. Ma il perdono che Dio ci offre, fermo restando il nostro impegno al miglioramento costante, è inesauribile. Ed è proprio questa la ragione per cui Dio è Amore: perché nessuno, a parte Lui, sarebbe in grado di sopportare tanti tradimenti, per giunta dopo averci creati e assistiti quotidianamente.

Tutto sta nel capire se abbiamo ancora voglia di essere perdonati o se preferiamo essere applauditi. Tutto sta nel comprendere se la “sindrome dell’applauso facile” ha già avuto la meglio oppure se c’è ancora posto per la fede; se ce la sentiamo di portare anche noi, come fece Gesù, il fuoco e la spada o se preferiamo portare Coca Cola e mazzi di fiori, come se anziché invitati a vivere fossimo invitati a festeggiare; dalla fede in qualcosa di migliore a qualcosa di migliore come fede. I tempi non semplici che stiamo vivendo rendono assai problematico – sarebbe sciocco negarlo – l’essere cristiani fino in fondo. Ma forse è proprio questo il bello. Forse è proprio questa l’occasione per scegliere da che parte stare: se con il cattolico bravissimo a raccogliere applausi o con Asia Bibi, la donna che per il suo attaccamento alla fede rischia la condanna a morte; se con colui che farà tanta strada oppure con chi magari ne farà pochissima, ma almeno lascerà a chi verrà dopo la possibilità di conoscere il Cristianesimo autentico, appassionante e scomodo com’è sempre stato.

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