asia bibi

Deve morire perché cristiana. Il destino di Asia Noreen Bibi, pakistana condannata a morte per blasfemia anche in appello, giovedì 16 ottobre, non sembra importare molto ai media italiani, divisi fra la Leopolda e la manifestazione della Cgil. Forse perché il Pakistan è distante e perché la storia di questa donna – sconvolta per sempre nel giugno 2009, quando è stata accusata d’aver bestemmiato il nome di Maometto – non sembra portare fortuna a chi in qualche modo se la prende a cuore: il governatore del Punjab, Salmaan Taseer (1944-2011), contrario alla legge in forza della quale Asia rischia la vita, è stato eliminato da una sua guardia del corpo al soldo dei Talebani, e non è andata meglio Ministro per le Minoranze religiose, il cattolico Shahbaz Bhatti (1968-2011), assassinato pure lui da estremisti islamici.

A confermare l’assurdità di tutta questa vicenda, c’è il processo, se così lo possiamo chiamare, a cui la donna pakistana è stata sottoposta e che si è concluso sotto la vigilanza palesemente intimidatoria, nell’aula di tribunale, di ben venti mullah, che si sono esibiti con insulti e inviti inquietanti come «Blasfemi!» e «Uccidetela!». Non solo: in pratica sono state violate o negate tutte le garanzie di Asia Bibi, messa così nell’impossibilità di difendersi da un’accusa – quella di blasfemia – che fra l’altro già contrasta col fondamentale diritto alla libertà religiosa, sancito anche dall’articolo 18 della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo. Eppure questa moglie e madre di cinque figli, nonostante tutto, compresi i 2000 giorni circa di galera trascorsi a Sheikhupura, in una cella senza finestre, non molla.

Ha infatti scritto una lettera a Papa Francesco implorando preghiere – «Prega per me, per la mia salvezza e per la mia libertà. In questo momento posso solo affidarmi a Dio, che è l’Onnipotente, Colui che può tutto per me» -, mentre i suoi familiari sperano nell’ultima possibilità concessa ad Asia dal diritto: un appello alla Corte Suprema, la più alta istanza giudiziaria. Quanto si è già visto – a meno che non vi sia qualche giudice pakistano disposto a rischiare la vita per una donna cristiana – c’impedisce però di farci illusioni. Non resta dunque che provare a dare noi, nel nostro piccolo, una mano ad Asia, chiedendo all’Ambasciatore Richard Olson affinché il suo Paese, gli Stati Uniti, eserciti tutte le pressioni politiche possibili affinché questa madre, già vittima di una vicenda assurda, non sia condannata a morte.

Per scrivere ad Olson basta sottoscrivere questo appello:

http://citizengo.org/it/12626-ultimo-appello-asia-bibi?tc=fb&tcid=7485986

Lo straordinario coraggio di Asia Noreen Bibi e il valore supremo della libertà non possono lasciarci indifferenti.

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