Pirata

Prima dei tanti dettagli e dei numerosi indizi, il fatto eclatante: si sono improvvisamente accorti che il Pirata, trovato morto il 14 febbraio 2004 in un residence di Rimini, potrebbe essere stato ucciso. Se n’è accorta la magistratura, che archiviò quel decesso con fulminea ed imbarazzante rapidità, e se ne sono accorti pure, da un giorno all’altro, i prodi giornalisti della stampa sportiva, Gazzetta dello Sport in primis, che da un lato non risparmiarono a Pantani ancora vivo critiche assai ingenerose e, d’altro lato, accodandosi ad una improbabile e contraddittoria versione ufficiale mai si sono resi autori di un’inchiesta su una morte che da subito sapeva di mistero; al punto che ci è voluto un francese, Philippe Brunel, per scrivere Gli ultimi giorni di Marco Pantani (Rizzoli), la sola controinchiesta degna di questo nome prima della svolta di questi giorni, che già s’annuncia come il giallo di questa strana estate.

Che dire, dunque? Alleluja! Nessuno avrebbe difatti scommesso che dieci anni dopo sarebbe stato riaperto un caso inizialmente venduto come la “classica”, inevitabile morte di un tossicodipendente ma che tuttavia, nel cuore di tanti tifosi e non solo, non si era mai chiuso. Marco Pantani che, anziché recarsi nella sua bella villa che pure risultava deserta (i genitori si trovavano da qualche giorno all’estero), si ritira per giorni, con tutte le limitazioni anche in termini di privacy che questo comporta, in un anonimo residence vicino casa era già un mistero. Ma mistero fitto era – ed è – in particolare la morte, sopraggiunta a causa di un’overdose di cocaina trovata nel corpo in quantità tali da lasciar supporre che potesse essere stata ingerita dopo essere stata sciolta in acqua e rinvenuta su palline di mollica di pane: davvero modo singolare di assumere droga, quello di mangiarla.

Soprattutto – altro mistero – se ti trovano nel corpo droga sufficiente ad ammazzarti sei volte (!) senza spiegare come tu possa averla ingurgitata senza collassare prima. In più nella stanza, proseguendo coi misteri, vengono trovati resti di cibo cinese mai ordinato dal campione romagnolo, del quale non si trovano tracce e che pare neppure gradisse. Mistero anche sulle condizioni generali della stanza: devastata, teatro di una colluttazione (in parte, ora, s’ipotizza simulata) che però, fino a ieri, si pensava che Pantani avesse avuto solo con se stesso benché, prima di morire, abbia più volte e vanamente chiesto aiuto arrivando a pregare la reception di contattare i Carabinieri. La si pensò tuttavia così arrivando, come se non bastasse, ad omettere una spiegazione anche per le tre giacche trovate pure queste nella stanza e trascurando un rilevamento delle impronte digitali che sarebbe parso doveroso a chiunque salvo a quanti, quella volta, condussero e coordinarono le indagini.

Mistero anche sul mancato accertamento dell’esistenza di una seconda entrata nell’hotel dalla quale si poteva accedere senza essere notati ma che non è stata, neppure lei, notata. Aggiungiamoci altri dettagli a questo punto inquietanti – dai numerosi e sparsi ematomi trovati sul cadavere del Pirata, del tutto incompatibili con la dinamica di una semplice caduta, a presunti segni di trascinamento del corpo, dalle telecamere di videosorveglianza dell’albergo come pure della vicina farmacia tutte non funzionanti alla condotta del medico legale, che si portò nel frigo di casa il cuore di Pantani (è solo un frammento, si giustificò) – e il mistero s’infittisce ancora ed ancora. Si rafforza così la sensazione che quando gli indizi diventano tantissimi, non si possa più parlare di casualità: si voleva seppellire per sempre quella storia. A tutti i costi. Persino quello stesso residence, nonostante non fosse esattamente un rudere, è stato ricostruito da zero.

Ma ora la riapertura delle indagini, per quanto tardiva e verosimilmente impoverita rispetto agli elementi di cui si sarebbero potuti – e dovuti! – avvalere gli inquirenti dieci anni or sono, lascia sperare. E dà comunque ragione a quanti non si sono mai bevuti una versione ufficiale solo ufficiale ma per nulla convincente e messa in crisi, prima di oggi, solo dal libro di un giornalista francese e da quelle trasmissioni televisive serali o notturne solitamente centrate su complotti o misteri improbabili. Invece la morte di Marco Pantani è un mistero vero dove nulla torna, neppure l’ora dell’orologio (fermo ad un’ora antecedente alla morte, cosa doppiamente singolare per un modello automatico, che il Pirata indossava quando venne ritrovato cadavere), e dov’è il caso che s’inizi finalmente a fare chiarezza. Anche se sul mistero in assoluto più impenetrabile, ossia il motivo per cui ci si sia accontentati per dieci anni di una versione dei fatti smentita dai fatti stessi, probabilmente si tacerà per sempre. Come si fa per una ferita, una colpa, un’imperdonabile distrazione.

 

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