scuola

In seguito allo scandalo sorto in questi giorni a Trento – un mancato rinnovo contrattuale in una scuola paritaria (peraltro non il solo) divenuto “licenziamento” ed una pacata richiesta di chiarimenti ad una (ex) dipendente divenuta odiosa “discriminazione” – è tornato a galla, e c’era da aspettarselo, il tormentone sui finanziamenti pubblici agli istituti paritari, ritenuti sommamente ingiusti. Tocca quindi ripetere – i lettori più informati, ne siamo certi, ce lo perdoneranno – una realtà nota da anni, e cioè che le scuole paritarie sono una manna per lo Stato, una vera e propria fortuna. Parola del Sottosegretario all’Istruzione con delega alle scuole paritarie, Gabriele Toccafondi.

«Ogni posto tagliato nella paritaria– ha dichiarato Toccafondi – si trasforma in un posto nella scuola comunale, ma a costi estremamente più alti per le finanze pubbliche. Il sistema statale non funzionerà meglio se tolgo i pochi finanziamenti a quello non statale. E’ una questione di numeri: allo Stato ogni alunno di scuola paritaria costa annualmente 584 euro nell’infanzia, 866 euro nella primaria, 106 euro nella scuola secondaria di primo grado, 51 euro nella scuola secondaria di secondo grado. Invece la spesa per studente delle istituzioni scolastiche statali è di 6.351 per la scuola primaria, 6.880 per la scuola secondaria».

Togliere contributi alle paritarie vorrebbe dunque dire aumentare la spese pubblica caricando sulle spalle dello Stato italiano, già traballanti, qualcosa come 6 miliardi di euro. Una scelta folle, dato che solo un pazzo vorrebbe rendere la vita difficile a scuole che costano Stato meno dell’1% di quelle statali pur accogliendo il 10% degli alunni. D’altronde, l’odio anticattolico è tale che qualcuno vorrebbe, se possibile, l’eliminazione di tutta la Chiesa cattolica italiana. Anche se – pure questa – coi numerosi servizi assistenziali che offre fa risparmiare. E che risparmio: 11 miliardi di euro annui, secondo Giuseppe Rusconi, autore di un documentato testo sull’argomento (Come la Chiesa italiana accompagna la società nella vita di ogni giorno, Rubbettino 2013).

Eppure gli irriducibili paladini della laicità, o presunta tale, non vogliono sentir ragioni. Anche se nel momento in cui fossero loro rifilate nuove imposte forse cambierebbero idea. O magari terrebbero quella che hanno anche se, c’è da scommetterci, senza l’entusiasmo col quale oggi tuonano, senza rendersene del tutto conto, per chiedere più Stato; come se la bestia non fosse già abbastanza grassa, inefficiente e spendacciona. E come se l’educazione e l’istruzione di Stato fossero non solo automaticamente buone, ma le sole legittime. Ma una simile impostazione non odora vagamente di totalitarismo? Dubbio di uno come tanti, che le scuole statali le ha sempre frequentate.

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