primo maggio

Ancora oggi, per qualcuno, il lavoro non è altro che routine; alzarsi al mattino con la fretta d’arrivare a sera e il pensiero che arrivi presto fine mese. Una ripetizione meccanica né bella né brutta, ma necessaria. Per altri il lavoro invece è fatica, un sacrificio quotidiano risarcito solo dalla gioia di poter sostenere la propria famiglia. E’ il lavoro come lo vivono molti padri e molte madri, che non hanno visto la guerra ma sanno comunque cos’è una battaglia, quando in casa le spese aumentano e le entrate sono quello che sono.

Per i giovani il discorso è diverso. Qualcuno, premiato da passione e conoscenza, già lavora, e magari da anni, mentre la maggioranza stenta a fare il proprio ingresso in quello che è noto come “il mondo del lavoro”. Un mondo che prima di accettarti, anche se sei laureato e magari conosci più lingue, richiede selezioni, tentativi, attese snervanti, spesso umiliazioni. E’ un’odissea che le più dettagliate statistiche fotografano fino ad un certo punto, perché i numeri non rilevano la paura, il nervosismo e neppure i cattivi pensieri.

Ci sono infine altri – giovani e meno giovani – che purtroppo oggi non possono neppure raccontare cosa sia per loro il lavoro. Perché l’hanno perso pur avendo una famiglia da mandare avanti. Perché hanno cambiato mille mestieri senza poi trovarne uno. O più semplicemente perché a un’occupazione hanno ormai rinunciato, in attesa che i portoni della crisi si chiudano e in giro torni a girare aria buona, aria di ottimismo. A tutti, ma in particolare a questi ultimi, a quelli che dopo il lavoro stanno perdendo la speranza, buon 1° maggio.

Direte che non è più la vostra festa, ma non è così. Ora non avete un lavoro, è vero, ma la dignità, quella, non perde il posto. E per la dignità, anche se credete vi sia rimasta solo quella, non dovete mollare. La politica deve ascoltarvi di più, non siete sostenuti a dovere e il momento è pessimo. Tutto sacrosanto. Ma se terrete duro, se baratterete la rassegnazione con la voglia di riscatto, lo troverete un lavoro. E quel giorno, quando incasserete lo stipendio più sudato di tutti gli stipendi e vi guarderete indietro, avrete l’orgoglio di chi ha lottato. Di chi ce l’ha fatta. Di chi, rispetto agli altri, ha imparato molto di più di un lavoro.

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